Come suonare il Pianoforte senza fatica

Siamo di fronte ad uno strumento senz’altro dotato di grande agilità, dunque farebbe comodo una certa capacità cinetico-corporea della manualità fine.

Le esecuzioni dei grandi interpreti, ci mettono subito di fronte a questa caratteristica, che emerge in modo netto – anche in un tempo lento – spesso arricchite da abbellimenti, o soffici arabeschi di una sorprendente velocità, leggerezza ed eleganza.

Mi tornano alla mente alcuni quesiti , piuttosto diffusi:

  • come raggiungere una velocità elevata e al tempo stesso, controllarla?
  • come escludere la muscolatura, colpevole di irrigidire gli arti?
  • quale esercitazioni pratiche?
  • quali consigli per imparare ad autovalutarsi?

L’educazione ad uno strumento musicale è una pratica antica, rimasta ancora oggi a livello artigianale, da tramandare con l’esempio, con la presenza costante, paziente e viva del maestro.

Tutto quello che ho imparato, ha trovato conferma su me stesso nella pratica, nell’esempio del mio maestro e si trova mirabilmente riassunto in un vecchio libricino, che porta l’autorevole firma di un grandissimo pianista e didatta del passato, ormai caduto in oblio: Gyorgy Sandor l’autore di“Come si suona il pianoforte”.

Il dito non prema, una volta abbassato il tasto: il fanciullo deve capire ben presto, che suonare bene, non è soltanto pigiare i tasti giusti, ma tenga semplicemente abbassato il tasto senza continuare ad esercitare pressione.

Lo scatto che abbassa il singolo tasto, sia rapido, ravvicinato e limitato all’istante che servirà appunto allo scopo: una volta premuto, non uscirà più nulla dal tasto, se non una serie di abitudini superflue che serviranno ad accumulare tensione.

Passare da un tasto all’altro solo con questi “singoli scatti” (leggasi articolazione!), finirebbe per affaticare comunque, dato che sarà importante siano diretti, incisivi e nella posizione più efficace possibile: cioè, ogni giuntura, mai spinta al limite, ma nella posizione più comoda, ovvero sempre intermedia (ad esempio, il dito curvo né piegato, né disteso; così come il palmo né a pugno, né con la mano aperta, e così via…).

L’aspetto più interessante – che è innegabilmente il più complicato da sorvegliare – è il cosidetto “trasferimento”, che consisterebbe nel “portare a spasso” per le infinite vie dalla tastiera, tutto il peso corporeo del pianista, attraverso l’aggancio delle dita al tasto.

Ecco dimostrato come uniformare il suono, come renderlo dolce e personale, visto che le nostre dita sono tutte completamente diverse fra loro per sperare di uniformarle solo basandoci sulla pressione del tasto, mentre passando il medesimo peso da un’articolazione all’altra, si finisce per equalizzare ogni frase con naturalezza.

Una volta esercitata a dovere tale abilità, ci si renderà conto che la velocità è solo una conseguenza: infatti, raccomando continuamente ai miei allievi, di studiare lentamente i brani assegnati, al fine di imparare perfettamente il ritmo, le note e le diteggiature, perchè solo allora ci si potrà dedicare solo allo studio sistematico dei movimenti, alla verifica del peso e del suo trasferimento, consapevoli – costruendo in modo sistematico e passo dopo passo in questo modo – di arrivare alla grande tecnica e ad un livello superiore di meccanismo.

Diceva una volta il mio maestro “Ricordati che l’ultimo giudice è sempre e comunque l’orecchio!”: prima impareremo a capire come siamo fatti noi stessi (la mano, il polso, l’avambraccio, ecc.), come è costruito il pianoforte (i tasti, il doppio scappamento, i pedali, ecc.) e prima impareremo a dominarlo nel migliore dei modi, dedicandoci alla produzione del suono, che – non dimentichiamolo mai – è alla base di tutti i nostri sforzi, perchè non potrà esistere una buona esecuzione, se non arriveremo a produrre prima di tutto, un bel suono.

Analogamente, potremo arrivare a controllarci davvero, con la necessaria spontaneità e con la giusta curiosità, mettendo sempre lo studio meccanico – forse è un riferimento alla famosissima e noiosissima tecnica? – in relazione con il risultato – cioè, la magia dell’interpretazione, che altri non è, che una profonda conoscenza (di se stessi, dello strumento e dei brani eseguiti), costantemente sorvegliata all’ascolto.

………ma quanto è difficile ascoltare gli altri!…e noi stessi?….

 

 

 

 

 

 

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