Sacro e profano

Mi è sempre stato detto – ….non ricordo bene da chi…. – che “c’è un posto per ogni cosa e una cosa per ogni posto” e questo dovrebbe valere per come vestirsi, come atteggiarsi, comportarsi e così via……

Un tale ragionamento, mi pare non faccia una grinza!

…… e per la musica? ….. esagero forse nel dire che non s’è mai vista un’anarchia così diffusa?

La mia riflessione parte dal fatto che si sente davvero di tutto, dovunque e con gli organici più disparati: da quelli tradizionali, a quelli più originali, dai “maniaci dello stile”, fino alle forzature più clamorose, pur di provare qualcosa di diverso, che spesso scade in qualcosa di “imprecisato”.

Un’esecuzione vocale, prevede chiaramente un testo da cantare e le parole rendono inequivocabile il contenuto e di lì, i luoghi adatti al culto, o le situazioni e realtà più disparate.

Per definizione, una composizione sacra dovrebbe essere legata al rispetto del luogo, ad un testo che spesso coincida con una preghiera, portata alla meditazione e alla riflessione interiore.

Le composizioni del passato, utilizzavano una sonorità prevalentemente delicata, una ritmica piuttosto comoda, per favorire una facile assimilazione da parte della gente comune, che cantava di conseguenza con facilità tali melodie, orecchiabili e ben calibrate sulla respirazione naturale.

Se ci si pensa, c’era una sua logica in tutto questo e l’analisi – anche superficiale di alcuni inni presi a caso –  mette a nudo quanto si sia persa di vista la praticità di questi fattori, tutt’altro che secondari, dato che è sotto gli occhi di tutti quanto il canto sia diventato una specialità per pochi addetti ai lavori – sempre più una questione di esibizionismo, o di competizione – che esclude l’aspetto partecipativo e celebrativo della collettività, che non è nelle condizioni reali di dare il proprio contributo, perchè troppo complesso ed incomprensibile il messaggio richiesto, troppo difficile l’aspetto tecnico necessario all’esecuzione.

Basti pensare di assistere ad una Santa Messa in Tempo Ordinario, dove la partecipazione dell’assemblea è tutt’altro che spontanea e collegiale (direi di una pena senza fine, se paragonata alla nostra nobilissima storia recente!) e per rendersene conto meglio, perchè non provare un’analisi anche solo di facciata, per trovare delle risposte?

  • La ritmica (con l’ausilio o meno di strumentazioni tendenti a tutto ciò che è profano, con chitarre, batteria, percussioni, o altro), risulta ripetitiva, eppure poco incisiva malgrado l’insistenza degli accompagnamenti: non pare esserci una vera chiarezza che aiuti l’assieme, malgrado siano tutti canti all’unisono.
  • Le melodie, sono caratterizzate da molte cellule sincopate, tipiche della musica leggera, non certo caratteristiche dell’autorevole cultura sacra, anche di pochi anni fa: non è necessario scomodare i grandi classici dei secoli passati, basta fermarsi agli anni settanta….anche questo, non aiuta l’insieme compatto dell’assemblea, fatto da gente semplice, comune, che cantando si trova innegabilmente in difficoltà; la conseguenza è che anche la memorizzazione è frammentaria, data la difficoltà melodica, che poggia sopra arie spigolose, adatte ad un cantante solista, più che per il canto corale.
  • L’armonia delle melodie da chiesa, seguiva regole accordali precise, che favorivano l’aspetto emotivo in linea col tempo liturgico, cui pure il bravo organista obbediva con competenza e con mestiere, favorendo il clima da promuovere (come ad esempio, la “registrazione-quaresimale” dell’organo nel tempo della Settimana Santa, così da favorire sia la meditazione – particolarmente intima del momento specifico – e per contro, l’esplosione gioiosa della Pasqua subito successiva), collaborando e sostenendo l’assemblea, addolcendo e facilitando ogni passo dei canti (trasportandoli, rallentando, con introduzioni, interludi, brevi improvvisazioni, ecc.), al fine di favorire il coinvolgimento di tutti – con discrezione – ma anche autorevole persuasione, come una brava guida dovrebbe sarer fare.
  • Il testo, pare abbia perso ogni traccia di praticabilità: rime, sillabazioni, dittonghi, quartine, piuttosto che sestine, organizzazioni logiche in strofe e ritornelli, tutti elementi che certamente erano d’ausilio mnemonico e sposavano perfettamente la parola al suono, in un tutt’uno compatto e gradevole.

……e s’è presa in considerazione solo la musica sacra vocale, quella cioè inequivocabilmente sacra, o che dovrebbe essere tale…e in modo solo sfuggevole…

…e quella solo strumentale?…con la scusa che è priva di testo, si presta a qualsiasi adattamento, aggiustamento, più o meno consono al momento, alla situazione ed al luogo.

Viceversa, bisogna dire, che la storia in questo caso, dice esattamente l’opposto di quanto accennato per la vocalità, infatti le musiche cosidette “da chiesa”, o “da camera”, differivano per pochi elementi e spesso gli stessi autori, le riadattavano al fabbisogno, tanto che intere composizioni venivano utilizzate già allora, come intercambiabili, il che la dice lunga……

Insomma, non è forse il buon senso, il buon gusto, a fare da unico arbitro, su quanto e come osare nella varie situazioni, che siamo chiamati ad animare?

Tante inutili dispute, tali censure di facciata (celeberrima quella dell’Ave Maria di tizio, o di caio, solo perchè in dedica a colei che non era “la Madonna”, ma “una madonna!”), troverebbero facile soluzione, se centrate sul contenuto e sulla fattiva realizzazione della partitura musicale.

Che poi il confine che sapara il “buon gusto”, da fiumi di musica veramente “inudibile” (anche in ambito sacro, notoriamento, un po’ più prudente di quello profano), sia fin troppo sottile, è innegabile, ma forse è il prezzo da pagare in nome della libera espressione di ognuno di noi e credo sia un atto dovuto

Aggiungi ai preferiti : Permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *