Poliritmia dichiarata e sottointesa

Proviamo a definire il termine “poliritmico”: la poliritmia in musica consiste nell’impiego simultaneo di più ritmi nelle singole voci di una composizione e si differenzia dal semplice impiego occasionale di gruppi irregolari (es. terzine) in una sola voce che produce soltanto una diversione melodica. Una poliritmia, per essere detta tale, richiede che l’impiego simultaneo dei ritmi nelle diverse parti produca una ricchezza di varietà ritmica, piuttosto che semplicemente melodica (wikipedia).

Provo a dirlo con parole mie: la mescolanza continua delle differenti pulsazioni (ad esempio fra 3/4, 5/8, 7/8, 2/4, 12/8), produce continui spostamenti metrici e di conseguenza, le misure accostate fra loro, spesso risultano asimmetriche, creando così delle squisite divagazioni ritmiche.

Certo, ogni tempo seppur differente, dovrà avere una soluzione di continuità col precedente, per dare una sorta di coerenza all’esecuzione della composizione.

Solitamente il metro comune è dato dalla suddivisione, ma capita di trovare un rapporto diverso, a seconda della soluzione di continuità che si sceglie di voler dare al brano musicale.

Mi vengono alla mente le danze popolari tipiche dell’Est Europa, di cui le composizioni dei varii Nazionalisti Europei sono davvero piene, da Bartok, a Grieg, passando da Smetana, piuttosto che Mussorgsky, solo per citarne qualcuno.

Lo stesso Liszt era grandissimo estimatore di questo stile, affatto nuovo per il periodo e davvero molto avanti rispetto ai tempi….

Un aneddoto……….Liszt cominciò a suonare… …
Il critico lo ascoltava, già pronto a trionfare con un malcelato sorriso, dopo aver guardato al ritmo della prima pagina…
In effetti in quella pagina c’era un cambio di tempo quasi ad ogni battuta…… con diciassette modifiche in ventiquattro misure……
Appena Liszt ebbe suonato con estrema semplicità alcune battute della lirica, fummo anche noi travolti dal suo entusiasmo e l’ironia del signor Lessmann scomparve………
Liszt esclamò – “Com’è interessante…… com’è nuovo! ……… e che trovate!…… Nessun altro avrebbe potuto scrivere così!”

Il brano in questione era di Mussorgsky e quella selvaggia vitalità era la conseguenza di una fitta poliritmia, costruita con saggio rigore e strepitosa efficacia!

In tutti questi casi, la poliritmia è evidente, dato che è sempre dichiarata da un preciso cambio di tempo, spesso accompagnato da indicazioni precise circa i rapporti da tenere fra i singoli tempi.

Nella musica antica, specialmente quella vocale del Rinascimento, le composizioni erano scritte con apparente semplicità, così come i valori ritmici erano neutri, privi di complessità apparente eppure, l’organizzazione metrica data al testo delle parole, spostava continuamente l’accento ritmico, provocando delle vere e proprie poliritmie, dove si alternavano di continuo binario e ternario, talvolta combinati nelle più svariate soluzioni e differenti negli incastri polifonici, con una voce che tagliava l’altra, in una stratificazione ritmica che sconfinava nei ritmi misti, dato che si avevano delle vere e proprie sovrapposizioni di tempi diversi.

La parola dava chiarezza concettuale, così come l’accento metrico faceva luce sulle scelte da operare in chiave ritmica, di conseguenza l’organizzazione delle pulsazioni, i rapporti fra le varie voci e le scelte interpretative, anche se all’inizio del brano si indicava una singola frazione numerica, che serviva per tutta la durata del brano.

È evidente come la stanghetta di battuta non fosse altro che un pretesto per “raggruppare” delle quantità, più comode da leggere proprio perché divise ed organizzate ed era proprio questo il solo ed unico scopo: fare ordine verticale!

Una qualsiasi Ballata di Dowland, anche ad un’analisi distratta, ci apparirà come una naturale intonazione del testo, giocato sulle squisitezze del verso, ora binario, ora tenario, in base all’organizzazione interna della poetica.

La difficoltà era data proprio da come la melodia si sposava al testo, alle scelte di sillabazione e vocalizzo, alle fraseologie: ma non è forse questa, una sicura strada verso una realizzazione coerente, verso le scelte ritmiche più consone e certamente più felici per un’ottima interpretazione musicale?

Quali scelte metriche potremmo ipotizzare, senza un testo come riferimento “sicuro”?

Quali interpretazioni, quali conseguenze?…

Ho sempre pensato che la musica strumentale fosse più vulnerabile, ma ogni musico dovrà compiere comunque delle scelte e portarle avanti, alla ricerca della propria strada…..

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