DEL CONTESTO DELL’OPERA

La Prima del Macbeth di Giuseppe Verdi, ha inaugurato la stagione 2021 del Teatro alla Scala di Milano ed è sempre un grande evento, ma quest’anno lo è ancora di più, per tutti i recenti fatti che hanno rivoluzionato le nostre vite, abitudini e relazioni.

Prendo a prestito un recente post del collega Davide Bortolai – esimio maestro, musicista poliedrico e vero specialista di musica antica – così da scardinare certe dinamiche ormai “alla moda” del far musica moderna, snaturandone quella antica: solo porsi la questione in verità e provare a percorrere le infinite strade dell’arte, fra integralismo estremo e innovazioni di facciata.

Dal Macbeth di Giuseppe Verdi, all’Opera di ogni epoca

<A me le opere liriche storiche (1600, 1700, 1800), con regia ambientata in altre epoche o magari nell’attualità, non piacciono proprio…… Sento troppo lo stile della musica antica e di conseguenza soffro molto degli anacronismi.> Davide Bortolai

A) Ti riferisci al Macbeth di stasera alla Scala ?

Io sono tutt’altro che un’ esperta , ma l’ambientazione e la scenografia di stasera mi sono piaciute molto . Mi sembra abbiano espresso benissimo che l’animo umano dei Sapiens non cambia mai. Invidia, gelosia, rabbia, smania di potere rimangono i volano della violenza in qualunque epoca .

B) Hai ragione le le tematiche restano, se leggete il libro Macbeth assaporate un’atmosfera teatrale proprio di quell epoca! Condivido il pensiero di Davide, sono del parere che le rappresentazioni debbano restare nella loro ambientazione! Nonostante le tematiche sempre attuali!

C) Una regia sovrabbondante e cinematografica schiaccia la musica e non te la fa sentire. Questo Macbeth scaligero è pieno di contraddizioni (quelle spade brandite nella piena contemporaneità…) e carico di assurde riprese televisive dentro gli ascensori. Se a quest’opera togli l’ambientazione storica e il vaticinio perverso delle streghe (tutte donne, tutte streghe, sembra dirci il regista), resta la musica ma non affascina più.

D) Ai tempi di Shakespeare non c’erano scene ma semplici indicazioni.. lo spettatore ci metteva la sua fantasia… Adesso i registi si preoccupano solo della loro fantasia spesso troppo invasiva e non stimolante e condizionante per chi guarda …

D. Bortolai) Si, penso al Macbeth, ma anche a tutte le regie che ambientano anacronisticamente fatti storici. Vero che le passioni e i drammi umani sono quelli di sempre, ma non e’ questo il modo per comunicare questa idea. Se penso a Rigoletto penso alla Mantova medievale ed e’ in quella atmosfera che mi voglio calare…addirittura mi infastidisce, in questo caso, anche lo stile troppo ottocentesco della musica…! Ci sono ottimi compositori di opere moderni e contemporanei, lasciamo a loro le regie moderne in sintonia con lo stile musicale.

Il punto chiave

Alla luce di quanto emerso dai brevi commenti precedenti, credo ci possano essere le premesse per un dibattito sull’aderenza o meno al contesto di un’opera musicale, a prescindere dalla trama, dall’ambientazione o dalle scelte di fondo stesse. Se provassimo a “sbilanciarci” partendo ad esempio dal contesto Barocco? Da cosa discostarci per dare una “pennellata” di modernità, una nuova interpretazione, così da rendere la composizione più attuale, ma altrettanto credibile e fresca? Viceversa, a cosa restare assolutamente fedeli, per non svuotare di significato quanto ereditato dal passato, quali canoni andrebbero salvaguardati e gestiti con equilibrio? Indico di seguito alcune citazioni, che non chiariscono affatto quale direzione prendere: anzi, credo la complichino!

Citazioni citabili

Quando ci si ferma si cessa di essere moderni. E’ come un fiume che non è più tale se cessa di scorrere, o il vento che non è più vento se cessa di soffiare. Modernizzare o modernizzarsi, significa cambiare continuamente cioè non accettare le cose così come sono e cambiarle.
(Zygmunt Bauman)

C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole, anzi d’antico.
(Giovanni Pascoli)

Torniamo all’antico e sarà un progresso.
(Giuseppe Verdi)

Al rispetto spesso sconsiderato per le antiche leggi, le antiche usanze e l’antica religione dobbiamo tutto il male di questo mondo.
(Georg Christoph Lichtenberg)

Finché non abbiamo letto tutti i libri antichi, non c’è ragione di preferire i moderni.
(Montesquieu)

Ora confrontiamo alcuni aspetti: di ieri, di oggi, di sempre…..

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129 commenti

  1. Antico nel moderno, un dibattito che nelle ultime settimane si è scatenato sia in un contesto verbale, “fisico”, sia sui canali social. Tutto questo è partito dalla Prima del Teatro alla Scala che, quest’anno, ha visto la rappresentazione del “Macbeth” di Verdi in abiti molto moderni, dalla regia teatrale di David Livermore ai costumi di Gianluca Falaschi. Riportare in vita un’opera in chiave moderna è molto in uso, questo per un motivo molto semplice e basilare: le tematiche trattate in molte opere si possono catapultare ad oggi e riuscire, così, a capirne veramente il senso.
    Possiamo ricollegarci anche alla rappresentazione de “La fille du régiment” di Donizetti (andata in scena presso il Teatro Donizetti il 21 novembre per l’iniziativa Festial Donizetti Opera), sotto la regia di Luis Ernesto Donas e i costumi di Maykle Martinez. Si nota fin da subito che è un richiamo alla Cuba odierna, ancora in rivoluzione, imprigionata nel passato e con gli occhi verso il futuro.
    E ancora nell”Elisir d’amore”, sempre di Donizetti, che ho avuto la fortuna di vedere rappresentata alla Scala, in tempi pre-covid (2019), con regia di Asagaroff e costumi di Pericoli. Anche questa riportata ad oggi co costumi e scenografia moderna, perché, si sa, le storie d’amore si rincorrono nei tempi e non saranno mai antiche.
    Rielaborare le opere serve ad avvicinarle a noi e se questo riesce a farcele comprendere veramente appieno, perché no, diamo all’antico questo sapore di moderno.

    • Sono pienamente d’accordo con te Erica.
      Noi definiamo spesso libri, opere, quadri, film come classici, ma cosa è che li rende tali? I “classici” hanno il potere di trasmetterci emozioni e stati d’animo e riescono a raccontarci e a parlarci ancora nonostante la distanza temporale e il differente contesto in cui sono stati creati. Questo avviene perché molte opere d’arte hanno aspetti notevolmente moderni, come nel Macbeth di Verdi l’ambizione romana. Perché non dovremmo accentuare tali aspetti ambientando un opera teatrale in un contesto più attuale come hanno fatto per il Macbeth di Verdi dove persino i costumi erano moderni?

    • Guarrera Chiara Maria

      Ho avuto il piacere di prendere parte alla visione dell’opera “la fille du règiment” dove, come diceva erica, l’ambientazione era diversa, riprendeva la situazione cubana. I personaggi hanno dei costumi di scena dove raffigurano il personaggio del pittore e quando sono chiamati a difendere la propria patria i pennelli prendono il posto delle armi. all’inizio non avevo capito molto bene il significato e mi trovavo un po’ spaesata, con l’avanzare della storia sono arrivata a capire l’intento della rappresentazione. Da un certo punto di vista ciò potrebbe essere visto come un ulteriore arricchimento dall’opera che viene proiettata verso il presente e si pone come modello da seguire per il presente e mi sto riferendo alla figura principale di questa rappresentazione che ha un forte sentimento nazionale ciò si può immaginare nel contesto attuale. allo stesso tempo però una volta uscita dall’opera ho detto a erica che secondo me l’opera mi sarebbe piaciuta di più con l’ambientazione originale sia sotto il punto di vista dei costumi sia sotto il punto di vista del background. ciò però si basa sul proprio gusto personale.

      • Giovanni Picciuca

        Non concordo nemmeno con Chiara Maria.
        Se vedo il Macbeth di Verdi e le mie aspettative sono stravolte da una modernità, come accaduto alla prima della Scala di Milano, che mal si adatta alla storia, alla musica ed alle parole del canto, che cosa proverò?
        Sicuramente farò inizialmente fatica a capire e cercherò di interpretare le scelte del regista, cantante e direttore di turno ed anziché gustarmi il canto, le musiche e la storia mi farò distrarre da altro: cioè passerò il tempo a ragionare e talvolta mi sentirò disorientato dagli elementi nuovi come è accaduto a Chiara Maria nel vedere l’opera “La fille du regiment” dove l’ambientazione era diversa e riprendeva la situazione cubana anziché le montagne del Tirolo durante una battaglia napoleonica.
        E poi chi ha mai detto che bisogna sempre modernizzare tutto e che ciò arricchisce il lavoro di altri: si sa che la storia umana si ripete sempre e che certi valori sono sempre attuali e poi, chi lo dice che lo spettatore non voglia fuggire dalla modernità per essere catapultato in un’altra epoca?
        Non ho bisogno di sentire la musica classica se cerco qualcosa di contemporaneo: ascolterò un cantante pop e non certo musiche di Mozart.
        E’ vero che sperimentare fa parte della natura umana ma talvolta la vera bellezza sta nella memoria delle emozioni che il pubblico aspetta solo di vivere.

        • Matilde castaldo

          C’è una citazione che esprime bene il tuo pensiero:
          “La modernità risolve i suoi problemi con soluzioni ancora peggiori dei problemi.” -nicolas gomez davila

        • Concordo assolutamente. Credo che la vera sfida oggi sia riportare l’opera al suo contesto originale. Tutto ciò che oggi viene presentato come moderno appare ormai già vecchio,. Passato infatti quel momento si disorientamento di fronte ad una possibile nuova interpretazione, tutto ciò che succede sul palco sembra già ormai trito e ritrito: macchine, video, mafia, guerre mondiali e quant’altro. La gente va a teatro proprio per sognare e calarsi in epoche e storie che appartengono al passato, pur essendo ancora attuali. Si può sempre lavorare sull’elaborazione dei concetti insito nella trama e riportarli in scena in forma simbolica, tenendo attinenza all’epoca con i costumi. Ma è veramente stridente lo scontro fra il moderno e il linguaggio che i personaggi parlano, quando non fanno addirittura cose non previste da didascalie, secondo la personale scrittura del regista. Vedo realizzare film, tra l’altro spesso surreali, con sotto l’opera che fa da colonna sonora, nella maggior parte dei casi in cui assisto all’opera oggi. L’animo tronfiò di alcuni registi dovrebbe un po’ sgonfiarsi e la regia servire all’opera per essere più bella e fruibile possibile. Tutto questo squallore, bruttura, cupezza portate in scena offuscano la luce dell’opera che ancora attrae ed appassiona tanti. Tornare al passato per riattualizzare l’opera. Tutta questa operazione dì modernità allontana più che avvicinare chi non la conosce e anche chi la conosce già

    • Io mi trovo pienamente d’accordo con quanto detto sia da Erica che da Matilde. Inoltre vorrei aggiungere che il fatto di rappresentare opere in chiave moderna come è già stato fatto molteplici volte, non mi sembra il caso di citare ulteriori opere dato che molte sono già state nominate dalle mie compagne, fa sì che anche i giovani possano essere interessati e vedano l’opera meno come una “cosa da vecchi”. Proprio perché si ritrovano in quello che viene narrato, perché come già detto da Erica l’amore, la gelosia, l’invidia, la vendetta, sono tematiche che non erano care solo ai ragazzi contemporanei a Donizetti, Bellini, Verdi, ecc.., sono tematiche molto care anche ai ragazzi di oggi.
      Inoltre prendendo per esempio una delle più recenti rappresentazioni ossia quella del Macbeth di Verdi a Milano, al Teatro alla Scala, dove il registra Davide Liverdmore ha ambientato l’opera in una città distopica, angosciosa e fagocitate, sfondo ideale per una società dove l’umanità delle persone è bandita e sacrificata al sistema di potere e al profitto. Credo che il voler dare questa interpretazione e voler proporre questa scenografia sia molto importante perché permette al regista di mettere in scena l’opera per come l’ha interpretata in base alla sua visione del mondo e all’epoca in cui vive. Se tutti i registri rappresentassero un’opera allo stesso modo che gusto ci sarebbe nel rappresentarla per più di una volta?

      • Una citazione che sarebbe adatta al tuo pensiero è: Perché le idee moderne non dovrebbero vincere? Anche chi le osteggia ne viene influenzato.
        (Napoleone Bonaparte)

      • Alessandra Trezzi

        Sono d’accordo con Cecilia. Penso che una regia moderna e del tutto innovativa di un’opera oltre che ad avvicinare il pubblico ai personaggi, aiuti i registri a dare ognuno una personale visione dell’opera in questione. Anche per questo è molto interessante vedere la rappresentazione della stessa opera più di una volta, messa in atto da registi diversi. Riguardo la questione della prima del Macbeth di Giuseppe Verdi alla scala di Milano volevo citare un intervista di uno dei protagonisti dell’opera, Luca Salsi ci dice “Stare sul palco e cantare stando fermi come si faceva 30-40 anni fa non funziona piu’. Ci sono tanti stimoli, serie tv e internet, il cinema, c’e’ bisogno che il pubblico si emozioni con noi e per farlo dobbiamo essere interpreti”. Egli afferma quindi che questo “antico nel moderno” sia fondamentale per stimolare l’interesse del pubblico, ma anche degli interpreti.

        • Andrea Seghezzi

          Sono pienamente d’accordo con Alessandra, il ruolo del regista era sempre ostacolato da diverse convinzioni errate e solo in tempi moderni è emersa questa figura, in grado di garantire un’unità di fondo allo spettacolo curandone ogni singolo dettaglio dalle recitazioni alla sceneggiatura alla musica. Oggi le cose sono cambiate molto e l’interesse per la regia è cresciuto esponenzialmente, tanto che in alcuni casi sormonta l’opera stessa, questo succede per il seguente motivo: le opere si conoscono già prima di andare a teatro, mentre la sceneggiatura e l’emozione dello
          spettacolo sono ignote, perchè ogni registra ha la propria idea e la applica allo spettacolo rendendolo “diverso”.

      • Sono d’accordo con Cecilia; quella di rappresentare materiale classico in un ottica moderna non è cosa nuova, e seppur possa essere vista come una mancanza di rispetto nei confronti della “vera musica” come più volte ho sentito definire la musica classica, io trovo che sia una tecnica eccellente, specialmente per chi ne sa fare un uso sapiente.
        Rappresentare un’opera in chiave moderna significa adattarla al contesto attuale, al contesto del tempo e della società in cui si vive. Una mossa del genere è tutt’altro che azzardata; oserei dire che è certamente geniale per molteplici motivi tra cui la questione sollevata da Cecilia: “modernizzare” le opere può renderle più accessibili ai giovani del ventunesimo secolo, più interessanti e meno pesanti da seguire. D’altronde si tratta della generazione Z, nata e cresciuta in un’era di massimo sviluppo delle tecnologie, e ritengo quindi che agire secondo una visione troppo conservatrice delle cose non sia la mossa migliore per catturare l’attenzione delle menti giovani e libere. La gente di oggi non aspetta altro che alzarsi dalla poltrona e andare a scoprire il mondo, soprattutto dopo due anni di pandemia, quindi l’opera, per avere un pubblico più vario ed anche inaspettato, deve anche, per certi versi, omologarsi allo spirito odierno.
        Senza nulla togliere all’opera, mi capita spesso di sentir dire “Non sono un amante dell’opera”, “L’opera non mi piace”, non solo da chi di musica non sa nulla, ma spesso da musicisti, o in generale da persone appassionate di musica. Io stessa, che studio canto, devo ammettere che l’opera non mi è mai piaciuta molto, preferisco brani autonomi, più brevi, e nella loro brevità carichi di significato.
        A questo proposito penso che la cosa migliore sarebbe un giusto compromesso; perchè non rendere l’opera un punto di incontro tra antico e moderno rompendo una volta per tutte il fastidioso divario che talvolta favorisce scontri e battibecchi tra i due mondi, e creare uno scenario di contrasti? Ne conseguirebbe un risultato da far concorrenza ai contrasti del barocco.
        Indipendentemente da questo discorso, sono convinta che in generale, seppur l’Italia debba conservare il suo primato e la sua dignità legata al patrimonio culturale e quindi anche all’opera e alla musica classica, adattare un elemento al presente, in qualunque periodo storico, possa essere più rappresentativo di quella società e di quell’epoca.

      • Giovanni Picciuca

        Non concordo molto con Cecilia.
        Secondo me le domande che dobbiamo farci prima di andare a vedere una rappresentazione teatrale, musicale, cinematografica o operistica sono:
        Perché voglio andarla a vedere e cosa mi aspetto di vedere?
        Le risposte sono personali ma nella maggior parte dei casi andremo per divertirci, stare in compagnia e la scelta di ciò che andremo a vedere dipenderà molto, oltre che dai propri gusti, anche dalle nostre aspettative: se vado a vedere un film di fantascienza mi aspetto un determinato tipo di storia, ambientazione, effetti speciali, musiche etc….
        Ora se decido di andare a vedere l’opera “Macbeth” di Verdi ho già in mente delle idee: sicuramente scegliendo l’opera sono un tipo di spettatore che ama il bel canto; se scelgo Verdi mi aspetto delle musiche romantiche e con un profondo lirismo e se scelgo di vedere il Macbeth, a meno che non conosca la storia, vorrei vedere la tragedia raccontata da Shakespeare nella sua ambientazione storica.
        Questi sono gli ingredienti che penso di trovare nell’opera che sto andando a vedere: se qualcuno di questi venisse cambiato ciò che vedrei non sarebbe ciò per cui ho pagato il biglietto ma altro.
        E’ come comprare la “Torta Donizetti”, dato che siamo a Bergamo, senza che il pasticciere abbia seguito la ricetta tradizionale: magari la torta sarà pure buona e ci piacerà di più di quella tipica, ma non chiamatela torta Donizetti, chiamatela in un altro modo.
        Credo che sia molto difficile rimanere fedele all’ autore, al suo stile, alle sue intenzioni e al contesto storico, ma quando scelte artistiche coinvolgono un pubblico che ha già delle aspettative il rischio di deluderlo è alto.

        • Giorgia Tombini

          Non concordo pienamente con quanto detto da Giovanni Piciuccia.
          È ovvio. He scegliendo di andare a vedere un’opera ci si aspettano determinate caratteristiche, come l’ambientazione o lo svolgimento della rappresentazione stessa.
          Ma non è per forza detto che si perda il bel canto, o le musiche romantiche di Verdi, o la tragedia di Shakespeare. Alla fine le partiture sono scritte e chiare, quello che cambia è il modo di rappresentare la storia raccontata. Penso che un’opera, in qualunque modo essa venga rappresentata, se fatta bene, possa trasmettere le stesse emozioni senza perdere le caratteristiche principali dell’ambito classico.

          Devo ammetterlo, io sono una che preferisce la tradizione, non per essere all’antica, ma preferisco sapere che cosa di preciso vado a guardare. Però ho avuto piacere e stupire di scoprire questo nuovo aspetto quando, qualche anno fa, andai a vedere al Teatro Sociale di Città Alta una rappresentazione, rivisitata in chiave moderna, de ‘Il flauto magico’ di W.A. Mozart, opera che peraltro l’avevo già vista. È stata una piacevole esperienza che non mi ha confusa, non ho avuto difficoltà a capirne il significato, forse aiutata dal fatto che la conoscevo già.

          In qualunque caso, quello che voglio dire, è che aggiungere elementi moderni in opere che hanno caratteristiche classiche non è sbagliato, magari può anche attirare più persone, soprattutto la maggior parte dei giovani che purtroppo vedono la classicità come qualcosa di ‘vecchio’, quindi noioso e per questo si allontanano. Questo, però, deve essere fatto in modo non grossolano ma in maniera ben curata per non distorcere il significato originale.

          • Ci sono molti più giovani che amano il classico di quanto non si immagini. Se uno si appassiona all’arte classica non di certo va a vedere la Gioconda aspettandosi dì trovarla pettinata e truccata come Lady Gaga. Se siamo noi i primi a dare il messaggio a loro che classico è vecchio, abbiamo già perso. Trovo molto banale il pensiero che in questo modo si avvicinino i giovani all’opera. Ci vanno se vengono educati all’ascolto di una musica non vicina a loro secondo i canoni musicali pop e moderni i che dì solito ascoltano. Gli effetti speciali e una recitazione non ingessata possono benissimo sposarsi con un allestimento classico, che non significa quinte fosse dì carta. Ma il Macbeth dì Strehler alla Scala non lo ricorda nessuno? Quasi niente in scena, costumi favolosi, luci meravigliose e lo spettacolo era fatto. Ma per fare teatro così bello ci vuole maestria, quella che manca a molti oggi, che puntano sull’effetto shock per nascondere la vuotezza delle proposte registiche ed essere loro al centro dell’attenzione.

        • Da una parte mi trovo d’accordo con quanto detto da Giovanni, ma dall’altra non concordo del tutto.
          Condivido l’idea che se voglio andare a vedere un’opera mi piacerebbe trovare una determinata ambientazione, determinati costumi e una sceneggiatura adeguata al periodo di scrittura dell’opera, ma d’altra parte penso che cercare di renderla più moderna e più vicina a noi possa anche aiutare il pubblico ad entrare meglio all’interno dell’opera stessa.
          Abbiamo studiato molto i periodi storici passati e il contesto storico di essi e tra questi anche quello in cui è nata l’opera, ma modernizzare una rappresentazione, che sia essa opera, teatro o semplicemente musica, potrebbe aiutare a capire meglio la storia in quanto, utilizzando tecniche o eventi del presente, abbiamo più chiara la situazione già in partenza perché corrisponde all’attualità che siamo soliti vivere.

        • Secondo me è proprio questo il punto: “E’ come comprare la “Torta Donizetti”, dato che siamo a Bergamo, senza che il pasticciere abbia seguito la ricetta tradizionale: magari la torta sarà pure buona e ci piacerà di più di quella tipica, ma non chiamatela torta Donizetti, chiamatela in un altro modo.” Ammetto che la mia è una sofferenza quasi patetica, in quanto amante di Monteverdi, del ‘500 vocale, giusto che le nuove generazioni cerchino altrove.

      • Daniele Masciandaro

        Non concordo con quanto detto da Giovanni.
        Come già ribadito da Giorgia effettivamente il testo e la partitura una è e una rimane. Al solo ascolto, un orecchio esperto della materia riconosce lo stile, l’epoca e l’artista di cui opera viene messa in scena. E’ come se a quella torta che ho comprato aggiungessi un ingrediente, un colore, un qualcosa di mio che mi porti a vederla nel mio personale modo.

        Un apporto inusuale/innovativo di modifiche sul piano della scenografia, concederebbe più fama e rispetto verso un gruppo di lavoratori che troppo spesso, nella gerarchia degli spettacoli, passa in secondo piano. Offrirebbe un marchio proprio delle varie compagnie organizzatrici delle rappresentazioni.

        Non avendo particolare esperienza mi limito a dire che per un perfetto estraneo del genere opera, per qualcuno che semplicemente desidera fare nuove esperienze, la modernizzazione di un contesto d’epoca può risultare efficace al fine di aggiungere nuove tematiche in grado di rispecchiare la società odierna. Ad ogni modo, coinvolgere in scenari moderni personaggi d’altro periodo aiuta l’ascoltatore non solo a comprendere il senso dell’opera ma anche a capire come questioni di ieri ed oggi si assomiglino incredibilmente. A sua volta quest’ultimo fattore agevola lo spettatore nell’immedesimarsi maggiormente nella scena di certo non andando a “sporcare” musica o libretto.

  2. Un ulteriore motivo, da quello esplicitato da Erica, per cui spesso l’opera d’arte assume maggior significato se è ambientato in un un epoca differente (e non per forza più moderna) è che spesso gli autori erano obbligati a ambientare l’opera in un contesto differente per non essere vittime della censura. Lo stesso Donizetti decise di lasciare Napoli per via dei problemi con la censura per il Poliuto
    Un esempio di ciò può essere l’opera di Verdi “Un ballo in maschera” che narrava l’assassinio del re Gustavo III di Svezia, ma dopo che fu ritenuto inaccettabile dai Borboni l’opera fu ambientata a Boston e la figura del sovrano fu sostituita da quella di un governatore.

  3. Guarrera Chiara Maria

    L’aquilone, è il titolo della poesia dove è stata ripresa la citazione qua sopra di Giovanni Pascoli dove egli racconta un episodio dell’infanzia del poeta, dove il sentimento positivo di felicità dato da un ricordo del passato si unisce al sentimento positivo dell’amarezza dovuto all’episodio biografico della morte di un compagno del collegio.
    In ventuno terzine in versi endecasillabi, Pascoli conferma la sua tesi che sostiene ciò: il ricordo è un elemento con una doppia faccia, che può riaccendere sentimenti di nostalgia ma allo stesso tempo di intensi momenti di dolore.
    ciò può essere anche ripreso dalla figura dell’opera che assume in certi casi momenti di nostalgia che però non possono essere colti senza il rimando degli oggetti di scena originali e perciò qui si riaccende la critica al dibattito del blog, è giusto modernizzare i “grandi classici”?

    • chiara Maria guarrera

      secondo me le opere assumono valore se ambientate in un epoca diversa non tanto per la censura, ma perché la gente spesso è stanca della realtà e cerca in tutti i modi una soluzione per evadere, se io rappresento qualcosa di futuristico che sia utopistico la gente ha speranza nel futuro, se rappresento il distopico la gente inizia ad apprezzare il presente e a valorizzarlo, cercando di non avverare quella situazione rappresentata.
      Con le rappresentazioni al passato allo stesso modo posso rappresentare la nostalgia di qualcosa che è svanito e vorrei tornasse oppure qualcosa che mi faccia riflettere sul fatto che il presente non è così male.
      L’ evadere dall’epoca presente assume una connotazione diversa, stupisce, ci si accorge che c’è qualcosa di strano.

  4. ”Torniamo all’antico e sarà un progresso” (Giuseppe Verdi). Devo dire che questa citazione di Verdi è verissima e ripensando a quando ho ascoltato l’Aida, presso il teatro sociale di Bergamo (https://www.bergamonews.it/2019/12/14/aida-tra-dolore-e-fedelta-a-vincere-e-sempre-lamore/342952/ ), con una scenografia tradizionale (sfingi, paesaggi esotici, costumi tipici dell’antico Egitto) è stato magico; il contesto antico, in questo caso, accompagnato da musiche grandiose, come la marcia trionfale, o atmosfere più intime e spirituali, ha creato un grande risultato senza appesantire la rappresentazione (pur trattandosi di 3 ore di musica).
    Se ben usata, quindi, un’ambientazione antica può arricchire la musica e avvicinarci all’idea dell’autore stesso (in questo caso Verdi) che, non avendo vissuto la nostra epoca, non può che aver pensato ad un paesaggio/ambientazione precedente o contemporaneo alla sua esistenza. Allo stesso tempo un’errata ripresa di parrucconi voluminosi, abiti rinascimentali, oltre che a rappresentazioni di spazi e ambienti curtensi potrebbe appesantire lo spettacolo facendolo risultare veramente troppo distante dalla nostra quotidianità.

    Come detto da altri compagni le tematiche affrontate nelle opere sono sempre attuali e adattabili ai giorni nostri, ma anche in questo caso non è scontato e semplice riuscire ad adeguarle alla modernità. Ripensando all’opera Pietro il Grande, Kzar delle Russie (https://youtu.be/4ymfty_59CY) ricordo come la vicenda fosse stata adattata ad un contesto fiabesco con dei tratti contemporanei. Inizialmente l’avvicinamento tra moderno e antico mi aveva stupita, ma in seguito questa unione risultava veramente troppo forzata sotto alcuni aspetti, ad esempio nell’utilizzo di un IPad in scena o di trolley fosforescenti come valige; anche l’ambientazione, come gli abiti dei personaggi, risultava fin troppo “stravagante” poiché fatta di sole forme geometriche colorate.

    Per rispondere alla domanda di Matilde: certi aspetti all’interno di un’opera possono e devono essere sottolineati, ma mai forzati dentro ad un contesto nel quale non possono svilupparsi naturalmente; ciò penso si possa riferire non solo ai temi ma anche al testo stesso dei libretti d’opera, il quale costituisce un ostacolo verso la modernità poichè questo linguaggio “antico”, inserito all’interno di una ricostruzione scenica contemporanea, crea un forte contrasto rendendo quasi grottesca la rappresentazione.

  5. Ginevra Oldrati

    l’antico nel moderno o il moderno nell’antico? forse è anche questa una delle domande che dovremmo porci a seguito dell’ultimo esempio di ripresa dell’antico in chiave moderna, il Machbet di Verdi alla prima della Scala a Milano. più volte nella storia possiamo trovare esempi in cui gli artisti nelle loro opere rappresentano un contesto storico differente da quello attuale per l’epoca; dai quadri a sfondo politico di Hayez alle opere di denuncia politica di Donizetti, Verdi e Bellini. Tutt’oggi le opere dei grandi compositori, come nel caso del Macbeth, molte volte vengono rivisitate nell’ambientazione scenica e nel vestiario usato, dal regista; di conseguenza l’opera rappresentata può risultare come “Classica”, rappresentazione standard, o “Moderna” con novità nell’ambito scenico. credo che la rielaborazione in chiave moderna delle opere non sia un fattore negativo, anzi come sottolineato da Erica, Cecilia e Matilde, la rielaborazione crea un rapporto diretto tra l’ascoltatore e l’opera stessa, poiché i sentimenti rappresentati sul palco non cambiano epoca dopo epoca. Sostanzialmente la scelta di stravolgere il “tempo scenografico” può portare a forme meravigliose di rappresentazione dell’opera e può avvicinare a tale arte chi, come i giovani, la reputano “antica”.

    • Vorrei partire da una citazione non presente in quelle proposte sopra: “Noi magnifichiamo le cose antiche e poco ci curiamo delle presenti.” (P. C. Tacito)
      Il mio pensiero si discosta da questa citazione perché tutto ciò che è passato è futuro al tempo stesso: senza passato non c’è presente e senza presente non c’è futuro. Lodando, studiando e rimanendo affascinati dalle -cose antiche- costruiamo il futuro e quindi -ci curiamo delle presenti-.
      Come esposto da Ginevra, in molte opere d’arte si nota un periodo storico discostato dal momento preciso della composizione dell’opera stessa, questo perché i temi si rincorro nel tempo: un esempio lampante sono “I PROMESSI SPOSI” di Manzoni, ambientato nella Lombardia dominata dagli spagnoli (XVII sec.); ovviamente Manzoni usò questo espediente per evitare la censura austriaca e per descrivere la medesima situazione della sua Lombardia austriaca (XIX sec.).
      Anche Verdi ambienta la famosissima “AIDA” in epoca egizia per non essere censurato, ma i temi sono più che attuali, sia per il suo periodo, sia per il nostro.
      Ed è questo che succede tutt’ora, quando si contestualizza e si comprende un’opera, poiché entriamo nel periodo come fosse ai giorni nostri e questo ci permette di viverle appieno.
      Vi propongo un’altra citazione sulla quale confrontarsi: “È l’intelletto superficiale che non presta all’antichità la dovuta reverenza.” (E. Da Rotterdam)

      • Torniamo all’antico e sarà un progresso.(Giuseppe Verdi)
        Ho trovato questa citazione molto utile per ricollegarmi al tema che stava esprimendo Erica nel suo commento, cioè il tema del passato. il tema del passato è un tema molto ampio e molto complesso, credo che dare un opinione personale su questo tema sia semplice, perché tutti noi siamo convinti che la storia non abbia solo la funzione di informatrice fattuale degli eventi passati, ma che abbia una funzione soprattutto di educatrice verso le previsioni degli eventi futuri. Come collegato da diversi miei compagni Verdi fu un grandissimo patriota e grande conoscitore della storia, questo è dimostrato nella grande padronanza dei fatti che mette in atto nelle sue opere come per esempio l’Aida o il Nabucco. Ad esempio nel Nabucco Verdi dimostra il suo grandissimo patriottismo Italiano, soprattutto grazie al coro del Va Pensiero dove emerge tutta la passionalità e del concetto di nazionalità di Verdi. Come dimostra nella sua opera utilizza fatti del passato per paragonarli a fatti che stanno accadendo nel suo tempo. Un paio di anni fa mi è capitato di partecipare all’Arena di Verona per una rappresentazione del Nabucco di Giuseppe Verdi e quando è partito il coro del Va Pensiero il direttore non ha scelto una modalità grandiosa di rappresentazione, cioè non ha esaltato facendolo risultare troppo eccessivo, ma anzi ha cercato di fare una rappresentazione più contenuta dell’evento ma facendone risaltare i valori di patriottismo e di passionalità nazionale, cosa che con una rappresentazione troppo eccessiva avrebbe snaturato la bellezza della composizione.

  6. Ginevra Oldrati

    un ulteriore spunto è la citazione di Pascoli “C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole, anzi d’antico.” Come esposto da Matilde molte opere vengono definite come “Classici”, la loro importanza nell’ambito artistico le ha portate ad essere una delle pietre miliari nel loro campo di competenza. Dal David di Michelangelo allo stesso Macbeth di Verdi, molti di questi classici vengono rivisitati più e più volte in chiave moderna, mantenendo però quell’aspetto classico che li caratterizza. è giusto preoccuparsi e alzare critiche se qualche grande classico viene rivisitato poiché la paura maggiore è quella di perdere ciò che lo rende così grande artisticamente. Come dice Pascoli ciò che è antico è bello, ma nonostante ciò a parer mio non bisogna rimanere fissi sull’aspetto autentico di un opera, quindi la rappresentazione storica adeguata, poiché dall’antico bisogna imparare e ispirarsi per rendere l’oggi più moderno e bello.

    • Vorrei risponderti rimarcando quello che proprio tu hai detto nelle ultime righe del tuo intervento: non bisogna rimanere fissi sull’aspetto autentico di un’opera, ma bisogna essere in grado di modificarne consapevolmente qualcosa, inseguendo un ideale di miglioramento che non sempre si raggiunge ma al quale auspicabilmente bisogna sempre puntare. Ovviamente facendo questa operazione molti pensano che in questo modo si possa modificare in peggio quello che è il significato storico di quella determinata opera, ma per me non è così: apportando qualche ritocco, a tutto ciò che è antico noi possiamo essere in grado di estrapolare qualcosa che lo riporti nell’ideale moderno, che non lo faccia sfigurare ma che anzi, al contrario, lo rende perfettamente al passo coi tempi, senza fargli perdere quel suo valore storico che nei secoli lo ha reso il pilastro culturale e/o musicale che è.

  7. Ludovica Bettinelli

    “Per comprendere un’opera d’arte, un artista, un gruppo d’artisti, bisogna rappresentarsi con precisione lo stato generale dello spirito e dei costumi del tempo cui essi appartenevano.“; così disse Hippolyte TAINE, famoso filosofo, storico e critico letterario francese. Dai suoi ritrovati emerge l’idea dell’ARTE COME OGGETTO PERMEABILE A PARADIGMI E CANONI INTERPRETATIVI DI UN’EPOCA STORICA conosciuta e riconducibile ad un’etichetta precisa, sia essa Barocco, Classicismo, Romanticismo, ecc…

    Veniamo allora al punto cruciale della riflessione: COSA SUCCEDE QUANDO LE OPERE, TRAMONTATO IL CONTESTO STORICO DI CUI SONO FIGLIE, GIUNGONO NELLA MANI DELL’ARTISTA MODERNO TESO AL INSISTENTE ED INSISTITA RICERCA DI INNOVAZIONE??

    Come dice ERICA, la questione dell’”antico nel moderno” rappresenta ormai dallo scorso secolo il terreno fertile di un animato dibattito e a fare da denominatore comune a diverse delle riflessioni che si vanno tutt’oggi delineando è l’assunto secondo cui un’opera d’arte può essere interpretata secondo una chiave più moderna e resa più “al passo coi tempi” PURCHE’ NON SI DISTRUGGA LO SPIRITO DELLO SPACCATO DELLA SOCIETA’ DI CUI GLI ARTISTI, CON I LORO CAPOLAVORI, SI SONO FATTI PALADINI.

    Molto si sta ragionando in questi giorni sulla Prima del Macbeth di Giuseppe Verdi, che ha inaugurato la stagione 2021 del Teatro alla Scala di Milano. “Una regia fantastica, moderna, un nuovo mondo nell’opera” -ha detto Anna Netrebko, trionfatrice della Prima della Scala con Macbeth, parlando della rappresentazione dell’opera di Verdi in chiave attuale- “Questo è uno spettacolo moderno che porta l’opera nel futuro”. Non sono mancati però i giudizi negativi da parte della critica; è il caso della stilista Lella Curiel, secondo la quale “L’opera è bella ma la scenografia è inquietante, c’è troppa roba”. Insomma, la rappresentazione di Macbeth al teatro La Scala ha portato un fermento di innovazione ma ha al contempo lasciato sul campo diversi nostalgici. Ciò che è certo è che, seppur stravolgendo l’ambientazione, lo spettacolo offerto il 7 dicembre ha trasportato ad un livello di consapevolezza popolare le passioni che muovoevano l’animo di Verdi e della società risorgimentale nella quale il compositore e senatore italiano ha operato.

    Se volessimo sconfinare in altre epoche, la medesima teoria sarebbe facilmente dimostrabile. Prendiamo ad esempio il Barocco. Rendere un’opera dell’epoca più fresca e piacevole è possibile, ma non si può di certo pensare di sottrarla agli elementi che da sempre la connotano, ossia il COLORE e le ORNAMENTAZIONI, che null’altro furono se non il tentativo di colmare un vuoto che la società seicentesca aveva conosciuto mentre il progresso andava minando alla base tradizionali convinzioni.

    Oppure ancora pensiamo al Romanticismo di Donizetti e Bellini, che, seppur appartenenti a “due mondi al contrario” (per ricchezza e luogo di provenienza), sono stati entrambi i massimi esponenti dell’opera ottocentesca. Potremmo cambiarne sfacciatamente la regia e renderla moderna?
    La domanda risulta ormai retorica.. Ciò a cui è necessario rimanere fedeli è la mentalità: lo spirito complessivo deve rimanere aderente a quello dei compositori, rappresentanti della società pre-risorgimentale.

    Insomma, l’arte, declinata in tutte le sue forme (musica, pittura, danza..), si fa da sempre paladina delle istanze, dei desideri, dei sogni e delle concitazioni che muovono l’animo di interi popoli vissuti in precise epoche storiche e, concludo, se ne trova conferma nella citazione di MARC CHAGALL, il quale affermò:

    “L’arte mi sembra essere soprattutto uno stato d’animo.”

  8. Giorgia Longhi

    La domanda che è necessario porsi a questo proposito è: è necessariamente un male rivisitare le opere “classiche” in chiave moderna o può essere un’idea innovativa per attirare quel pubblico giovane che altrimenti farebbe fatica ad interessarsi ad un’opera classica? A parer mio si è sempre più soliti rivisitare quelle opere che nella nostra cultura sono definite “classiche” in chiave moderna con il principale obbiettivo di avvicinare il pubblico giovane. Dal punto di vista artistico sono dell’idea che l’opera debba venire realizzate e “conservata” negli anni per quella che è la sua originale interpretazione, senza cambiamenti di scenografia e senza rivisitazioni che possano modificarne il suo significato. D’altra parte però il contesto storico in cui l’opera viene realizzata non è da tenere in secondo piano ma al contrario considerarlo un punto chiave. Diventa quindi involontario che l’opera risenta di aspetti rivisitati in base al periodo storico in cui viene realizzata. Il tutto si identifica in scenografie più moderne, musicalità diverse dall’originale e cambiamenti timbrici che originariamente non erano previsti. Può quindi essere visto come qualcosa di positivo ma d’altra parte può finire per eccedere con quelle innovazioni che non lasciano spazio all’immaginazione dell’ascoltatore perdendo il fascino che l’opera acquisiva anni prima.

  9. Al rispetto spesso sconsiderato per le antiche leggi, le antiche usanze e l’antica religione dobbiamo tutto il male di questo mondo.
    (Georg Christoph Lichtenberg). Partirei da questa frase per esprimere il mio pensiero riguardo all’intera questione. Devo dire che mi trovo perfettamente in accordo con quanto detto sopra, in quanto mi ritengo un gran sostenitore del progresso musicale, che troppe volte forse è tagliato e limitato da tutte quelle tendenze conservatorie che aleggiano nei nostri tempi. Sinceramente credo che il progresso musicale si stia attuando e neanche tanto male in diversi ambiti musicali, ma quello secondo me che non è ancora stato in grado di modificare è quello classico, in particolare operistico, e non ne capisco del tutto le motivazioni. Paradossalmente, credo che sia molto più facile ADESSO cambiare qualcosa in ambito operistico rispetto a fare lo stesso nell’ambito leggero, delle canzoni, ma devo constatare come in realtà si stia verificando il contrario. Visto che mi ritengo scarico di informazioni a riguardo, gradirei volentieri un vostro spunto di riflessione su questo tema.

  10. costantini mariateresa

    Voglio partire dal concetto della parola “modernizzare” usata nel contesto musicale, soprattutto come in questo caso nell’ambito dell’opera. Non penso ci sia bisogno di apportare delle modifiche ad un’opera per renderla più attuale perché se l’ambientazione è in un determinato periodo storico quello deve rimanere. Sono d’accordo invece quando si apportano modifiche simili a quelle che fece Monteverdi, per esempio se il palco è troppo piccolo per la quantità di coristi si può cercare una disposizione più consona per rendere l’impatto visivo più piacevole ecc. Questa necessità di avvicinare un’epoca più lontana alla nostra, piuttosto che inserire momenti di totale stupore poco inerenti con il libretto originale, mi ricorda il periodo del belcantismo in cui gli impresari facevano di tutto pur di avere un riscontro economico sempre maggiore e quindi si perdeva serietà e arte. L’unica motivazione che mi viene in mente per spiegare questa “modernizzazione”, è che venga fatto con l’intento di mescolare spettatori nuovi nel campo e i fedeli appassionati ma io in questo vedo solo dei contro perché utilizzando questo “ metodo” si rischia di allontanare chi c’è sempre stato e per quanto ci possano essere magari persone che alla vista di ciò si illudano che l’opera sia questa e che magari gli piaccia, avranno un evidente delusione alla vista di cosa è davvero l’opera; nei maggiori casi invece nessun straniero alla musica si interesserà.
    Mi dispiace che sia proprio un arte così già completa di suo, a rimetterci la vita.

  11. Lorenzo Bassani

    Sono totalmente d’accordo con coloro che dicono che “modernizzare” l’opera sia giusto, ma secondo me non bisogna perdere di vista quello che è il pilastro portante, cioè la musica. L’opera perfetta è quella che riesce a introdurre della modernità, senza però disturbare alla vista e all’udito l’ascoltatore. Come detto precedentemente più e più volte, le opere trattano temi che possono essere ricondotti ad un ambiente moderno, ma se andiamo a stravolgere la scenografia, rendendola più importante della musica ecco che l’opera diventa uno spettacolo teatrale con sottofondo musicale.
    Dalla mia esperienza personale posso dire che quest’estate ho visto la Turandot, tenutasi all’Arena di Verona. In questo caso, modernità e classicità si sono uniti in una maniera talmente profonda che sono diventati una cosa sola. Lo sfondo della vicenda era dato da un grande schermo sul quale scorrevano delle immagini che si adattavano perfettamente alla scena e non accecavano gli spettatori, mentre vestiti e sceneggiatura sono restati originali. Per citare Giuseppe verdi “Torniamo all’antico e sarà un progresso”, sono parzialmente d’accordo con lui. Infatti se continuiamo a rappresentare la stessa opera sempre uguale, questa annoierà il pubblico, ma se ogni volta cambiamo qualcosa di piccolo ecco che, sempre nella sua già sentita musica e trama, troviamo qualcosa di nuovo che attira la nostra attenzione.
    La “modernizzazione” dell’opera se fatta, deve essere fatta bene, cioè non per far vedere quanto la regia sia brava e sappia stravolgere il tutto, ma deve essere fatta con un fine, ad esempio risaltare una certa dinamica presente nella società odierna, oppure fare una critica verso qualcosa/qualcuno. Tutto è lecito, ma questo non deve sfociare nell’esagerazione.

  12. Beatrice Roncelli

    A me, personalmente, piace molto assistere alle opere; ne ho viste diverse molte delle quali con ambientazioni, appunto, moderne.
    Penso che questa decisione di “modernizzare” le opere non sia totalmente sbagliata, come molti possano pensare, anzi avvicina le persone, e soprattutto i giovani, ad un mondo che ormai non è più tanto conosciuto.
    Di recente ho visto due opere di Donizetti, “L’Elisir d’Amore” e “La fille du reggiment”, entrambe riadattate e rappresentate in un ambito moderno, o comunque di fine ‘900 e mi sono piaciute molto.
    La rappresentazione de “L’Elisir d’Amore” era una di quelle prove generali aperte al pubblico e principalmente alle scuole, ho notato che i ragazzi, non tutti ovviamente, erano interessati all’opera e che, anche dopo che era finita, cantavano qualche pezzo che avevano sentito; credo che, oltre che al lavoro fatto da Donizetti, anche l’ambientazione di fine ‘900, vicina a noi, abbia dato una marcia in più per avvicinare i ragazzi al mondo dell’opera.

    • Nonostante il genere dell’opera non sia il genere che prediligo, mi trovo d’accordo con Beatrice. Penso che rendere un’opera più moderna possa aiutare il pubblico di oggi, diverso da quello di anni e secoli fa, ad avvicinarsi sempre di più a un mondo diverso rispetto a ciò che oggi è comune.
      Qualche anno fa sono andata al teatro Sociale di Bergamo a vedere un’opera, Il castello di Kenilworth di Donizetti.
      L’opera di per sé non mi ha entusiasmato molto, ma l’utilizzo di una sceneggiatura più moderna e attuale ha reso il risultato più piacevole e più odierno.
      Per esempio la regia, anche attraverso un uso moderno delle luci, riesce a rappresentare la vicenda più chiaramente, facendo inoltre muovere i personaggi su una scacchiera inclinata, elemento che risulta essere molto attuale.

      • Sono in parte d’accordo con Beatrice e Sara e secondo me modernizzare un’opera non è un’operazione così complicata perchè i concetti espressi ad esempio la sofferenza e l’amore sono molto attuali. Con questo procedimento, poi, si può arrivare ad un pubblico più ampio e interessare anche i giovani.
        Come ho già detto, però, bisogna stare attenti a non esagerare a voler modernizzare l’opera tramite la sceneggiatura.
        Anche io, come Sara, sono andata a vedere “Il castello di Kenilworth”, di Donizetti.
        Non sono però d’accordo con lei con il risultato di quest’ultima.
        Quest’opera era presentata in chiave moderna e, nonostante i temi potessero essere modernizzati, secondo me il regista ha preso delle scelte troppo eccessive e ha snaturalizzato completamente l’opera che, personalmente, anche per colpa della sceneggiatura troppo moderna, non mi ha fatto impazzire. Non ho sempre trovato un nesso tra il significato dell’opera e la scelta della sceneggiatura e per questo non sono riuscita ad apprezzarla come avrei dovuto.

  13. Beatrice Roncelli

    Ho assistito, assieme ai miei compagni, allo spettacolo “Lucia off” con Francesco Micheli e sono pienamente d’accordo con tutto ciò che ha detto; ha sottolineato il fatto che le tematiche trattate nelle opere di Donizetti, e più in generale di molti altri operisti, siano “moderne”.
    L’amore, la sofferenza, la felicità… sono tutte emozioni che proviamo tutt’ora e che continueremo a provare; il fatto di riadattare il contesto delle opere è un modo di sottolineare che i temi che erano attuali a quel tempo lo sono anche ora e lo saranno poi in futuro.

    • Sono d’accordo con Beatrice in quanto credo anche io che l’amore a la passionalità trasmesse nelle opere sono emozioni che proviamo tutti i giorni della nostra vita e quindi un riadattamento delle opere aiuta a coinvolgere maggiormente i giovani verso temi che tutti noi, soprattutto i giovani proviamo. un paio di anni fa ho partecipato al riadattamento di un’opera di Verdi fatta da alcuni professionisti, nel teatro della scuola del mio paese e mi è piaciuto molto perché anche se era in chiave più moderna e riadattato in tempi più moderni era pieno di passionalità e di temi che comunque tutti i giorni della mia vita provo. Finché non abbiamo letto tutti i libri antichi, non c’è ragione di preferire i moderni.
      (Montesquieu)
      come viene citato in questa frase Montesquieu dice che l’antichità è fondamentale per proseguire nel futuro, quindi come dice il pensatore bisogna leggere e conoscere bene oi fatti della scuola per poi poter confrontarli con i fatti del presente per cercare di prevedere il futuro e per cercare di non far ricapitare cose brutte che sono già successe nel passato.

    • Sono pienamente d’accordo con quanto afferma Beatrice; penso che le tematiche che venivano utilizzate dagli operisti siano moderne ancora oggi. Le emozioni che gli operisti volevano far provare allo spettatore o quelle che venivano messe in luce sono le stesse che proviamo oggi. Per questo trovo che i temi che trattavano saranno sempre attuali. L’unica differenza che si può riscontrare quando si “modernizza” un’opera è il tipo di sceneggiatura, che però a mio parere rende il tutto ancora più coinvolgente e piacevole per lo spettatore. Lo rende più partecipe alla vicenda e alla comprensione complessiva dell’opera.

  14. Personalmete trovo che la rielaborazione di opere (e non solo) in chiave moderna (sia dal punto di vista scenografico che puramente stilistico) non comporti uno snaturamento del prodotto musicale. L’esempio più noto riguardo la faccenda potrebbe essere l’Orfeo della Camerata dei Bardi rivisitato da Monteverdi. Tuttavia preferisco ricondurmi ad una composizione del primo ‘900 francese al fine di illustrare la mia idea: il “Gaspard de la nuit” di M. Ravel
    ( https://www.youtube.com/watch?v=hKgcHjq1xKQ ).

    Questa mastodontica composizione dalla durata di quasi mezz’ora è considerata una delle più impressionanti sul piano tecnico del repertorio pianistico, talmente tanto da richiedere un’implementazione della tecnica pianistica adoperata fino ad allora.
    Ora potreste chiedervi dove io abbia trovato il nesso fra questo e il rivisitare le opere in contesti più moderni; Quasi ottant’anni separano la stesura della poesia da quella dell’omonima composizione. Meglio ancora: una è stata scritta in pieno romanticismo e l’altra in epoca post prima guerra mondiale. È ovvia quindi la presenza di cambiamenti stilistici piuttosto pesanti anche se forse difficili da percepire data la differenziata natura delle due opere, una poetica e l’altra musicale.

    Le Gibet(2/3):

    “Cos’è questo suono disturbante che infrange la quiete crepuscolare? Che sia il sospiro del vento invernale? O sarà stato l’impiccato appeso al forcone a sopsirare?”
    (estratto dal testo del Gibet di B.Aloysius)

    La scena macabra narrata da Aloysius viene tradotta in linguaggio musicale in maniera secondo me perfetta da Ravel.
    Per tutta la durata del movimento l’esecutore suona un ridondante sib atto a imitare il lento rintocco delle campane che accompagnano la disturbante atmosfera creata dalle dissonanti armonie implicate nel pezzo.

    Il motivo per cui tratto di questo movimento in particolare è il dimostrare l’infrangibilità della trama raccontata malgrado fosse stata ripresa in un quadro totalmente diverso dall’originale. Malgrado l’inevitabile mancanza verbale nel lavoro di Ravel possiamo capire benissimo la scena ed immaginarla come intendeva l’autore.

    Rivisitare, rielaborare, riarrangiare un lavoro altrui è a mio avviso la chiave per la continuità artistica e culturale di cui abbiamo bisogno. Non sono da temere anacronismi e snaturamenti finché l’arteficie dimostra abbastanza riguardo nei confronti del lavoro originale.

    • Alessandra Trezzi

      Sono d’accordo con Luigi. Chiunque decida di mettere in scena un’opera musicale rivisitandola In chiave moderna deve stare però attento a non intaccare troppo il prodotto originale. Io penso che rivisitare classici antichi in chiave moderna sia una carta vincente per attirare l’attenzione il pubblico di qualsiasi età ma bisogna stare attenti a limitarci alla solo rivisitazione e non al totale cambiamento. Rivisitando e rielaborando l’opera si rischia infatti di andare completamente fuori pista e di allontanarsi troppo dal significato musicale che il compositore dell’opera voleva trasmettere. Rielaborare un’opera in chiave moderna non è quindi un gioco da ragazzi ma con impegno e dedizione si può creare un vero e proprio capolavoro

      • Sono d’accordo con Luigi e Alessandra. Penso che reinterpretare un’opera antica in chiave moderna sia tanto bello quanto impegnativo. Ci vuole molta attenzione a non intaccare il significato e l’idea che vuole dare l’autore. Infatti ammiro molto le persone che vogliono intraprendere questo percorso. Chi ha deciso di fare questo lavoro, si mette parecchio in gioco. Ma per mie esperienze personali ho notato che il risultato finale è sempre ottimale. Non va a intralciare il significato dell’opera originale e da onore all’autore.

  15. Corinne Mazzucotelli

    Il vocabolario Treccani definisce la parola moderniżżare in questo modo: “Rendere moderno, svecchiare, adattare all’uso, al gusto, alla sensibilità moderna”. Partendo quindi da questo presupposto vorrei rispondere alla domanda posta alla fine dell’articolo, ovvero:
    Da cosa discostarci per dare una “pennellata” di modernità, una nuova interpretazione, così da rendere la composizione più attuale, ma altrettanto credibile e fresca? Viceversa, a cosa restare assolutamente fedeli, per non svuotare di significato quanto ereditato dal passato, quali canoni andrebbero salvaguardati e gestiti con equilibrio?

    E’ importante innanzitutto prendere consapevolezza delle intenzioni del compositore, del contesto dell’opera, del messaggio, dei temi e delle emozioni che desiderava tramettere per poter tentare di adattarla ai giorni nostri.
    non credo ci sia nulla di sbagliato nel prendere un’opera e modernizzarla ovvero “adattarla alla sensibilità moderna” purchè essa non venga snaturata. i canoni da salvaguardare sono sicuramente i significati, le personalità dei personaggi, la storia ma tra le cose che possono essere variate per rendere il tutto più rientra, a parer mio, l’ambientazione, i costumi…insomma tutto ciò che riguarda la scenografia.
    Ad esempio, “Save the story” è una nuova collana editoriale per ragazzi che propone i classici della letteratura mondiale interpretati da conosciuti autori contemporanei (quindi consapevoli del lavoro originario).
    Nasce dal presupposto che ci siano storie he costituiscono il patrimonio della nostra storia passata e che rischiano di essere perse per sempre. D’altro canto esistono però persone che sarebbero disposte ad ascoltarle se gli venissero raccontate nel modo appropriato per loro, in un modo più “vicino” a loro.
    Ecco quindi che il concetto di “modernizzare” l’antico diventa anche un modo per salvaguardare i classici stessi. Non si tratta quindi di non volerli accettare e volerli cambiare come invece affermò Zygmunt Bauman. Tutto evolve, partendo dalla consapevolezza di ciò che è stato e della sua importanza, perchè non avvicinare l’antico?

  16. La rappresentazione in chiave moderna del Macbeth ha suscitato scalpore, in quanto l’ambientazione non era fedele alla prima rappresentazione ma ambientata ai giorni nostri. Le opere nascono anche per diffondere un messaggio oppure alzare una critica contro la società (sono molte le opere di Verdi che alimentano il senso patriottico). Molte volte però si era costretti ad ambientare le proprie opere in luoghi e periodi diversi da quelli che si stavano vivendo perché si rischiava di essere censurati o imprigionati, per esempio il Nabucco di Verdi esprimeva il desiderio italiano di riprendersi i propri territori sottraendoli al dominio austriaco. Con il tempo e con i nuovi governi, la critica non raggiunge più quei livelli e non si ha il bisogno di ambientare le scene in contesti differenti. Modernizzare un’opere può essere utile non solo a far emergere maggiormente le critiche che si vogliono alzare ma rende più comprensibile il messaggio che si vuole dare. Ormai andare all’opera non è più un privilegio destinato solo ai nobili, ci può andare chiunque a prescindere dall’età, è essenziale dunque, che i messaggi siano chiari per essere capiti da tutti. Se rendere moderne le opere aiuta le persone a comprenderne il significato, soprattutto adesso che la censura esiste parzialmente, lo si deve fare perché la musica non è più riservata a pochi.

  17. Pietro Morzenti

    I classici, ma cosa sono? Sono prodotti della mente umana che non smettono mai di comunicare al mittente messaggi che restano immortali in ogni epoca. “Questo autore è immortale”, “Un manufatto senza tempo”, che ha tanto da dare e tanto da insegnare a qualsiasi orecchio od occhio attento sotto il quale capiti. Scegliere tra restare fedeli al passato e traslare l’opera (intesa in senso ampio, non prettamente musicale) nel presente è una scelta che non trova risposta, sulla quale è difficile prendere una scelta. Io penso che un’opera scritta in un contesto deve rimanere tale anche nei secoli a seguire. Lei ci parla di lei! Ci racconta i luoghi dove è nata, la società da cui è stata ascoltata, il contesto storico che descriveva. Quando un classico è stato scritto la gamma di strumenti (ribadisco, non prettamente in senso musicale) a disposizione dell’autore non erano tanti quanti quelli che abbiamo oggi e quindi è stato audace a fare scelte che ancora oggi devono essere rispettate.
    Ammiro la modernizzazione di un classico perché va ad indagare ambiti che se fossimo restati fedeli alle radici non avremmo mai indagato, ma non sono d’accordo. Questa scelta viene spesso giustificata con “se un classico non muore mai allora è giusto cambiarlo e descriverlo come potrebbe essere oggi”. Ma questa azione non deve essere fatta dal regista, ma dal cervello dell’ascoltatore che osserva e da un’interpretazione propria rispetto a coordinate scelte in modo soggettivo.
    Perché scegliamo dei costumi di poliziotti del XXI secolo per un personaggio che ha vissuto 200 anni prima se poi ci viene categoricamente vietato di usare il pedale del pianoforte in una suite barocca? Riscoprire la vita semplice degli autori, l’umile realtà dove loro lavoravano. Si parla spesso di musica colta, di quella vera essenza che ormai è morta, della musica concreta che ha scardinato gli alti ideali di un ambito più trascendente che ora non esiste più. E allora il rifiuto di un processo di modernizzazione consiste in una forte resistenza alla corrente del tempo che corrode e modifica i suoi elementi. La musica ha l’obbligo di essere idea che diventa e non parola d’ordine. Ma riproducendo gli abiti e i costumi che vediamo tutti i giorni anche fuori dal teatro la musica non fa altro che essere parola d’ordine. E invece deve ispirare la fantasia dello spettatore per permettergli di elevarsi ad una realtà astratta e lontana. Il teatro non deve presentarsi come il tutto, ma deve lasciare un margine di potente immaginazione a noi spettatori. “Le opere d’arte, e completamente quelle di suprema dignità, attendono la loro interpretazione. Se in esse non ci fosse niente da interpretare, se esse ci fossero e basta, la linea di demarcazione dell’arte sarebbe cancellata”. Descrivo l’aspetto teatrale, e non musicale che rimane sempre immutato e costantemente interpretabile, con questa frase di Theodor Adorno. Credo che in quattro righe sia stato più chiaro che in due pagine mie.
    Analizziamo un altro punto prendendo come esempio una qualsiasi opera ottocentesca. Abbiamo un filmato di una rappresentazione originale otto le guide del compositore? L’opera non ha un originale. Tutto ciò che vediamo sono rappresentazioni e interpretazioni di registi e scenografi. E allora cosa vuol dire restar fedeli? Forse proporre ambienti e costumi che possano esseri stati utilizzati più o meno nel contesto storico in cui l’autore aveva ambientato la sua opera. Ma non avendo un originale, è una domanda che resterà senza risposta. E’ un’ampia linea di demarcazione tra la fedeltà all’opera da me accettata e la reinterpretazione non accettata. Come spesso in musica succede, si giunge quindi ad un compromesso tra i due aspetti che non riusciranno mai a rifiutarsi a vicenda.
    Vorrei chiudere questa riflessione con un appunto. L’obiettivo della vita di un artista io penso sia quello di lasciare qualcosa che sia immortale e che continui a parlare alle orecchie e agli occhi di qualsiasi generazione di 10, 50, 100, 1000 anni dopo. E se noi trasliamo un’opera di 200 anni fa a 200 anni posteri cosa rimane della poesia che testimonia l’autore? Se avviciniamo l’opera ai giorni nostri, la poesia del lontano, dell’immaginazione, dell’indefinito muore. E non resta altro che una lettura oggettiva e ordinata di un pezzo di storia letto come i moderni vogliono che vada letto.

    • Bianca Beltrami

      Mi trovo pienamente d’accordo con quanto scritto.
      Ciò che incuriosisce e rende affascinante un’opera d’arte, sia essa un quadro, un immagine fotografica oppure musica, credo sia la possibilità di esprimere qualcosa da parte degli artisti lasciando spazio all’osservatore o all’ascoltatore di interpretare in modo personale ciò a cui assiste. Non conoscere a pieno le intenzioni degli artisti, ciò che intendevano trasmettere al pubblico e ciò che provavano mentre realizzavano le loro opere ci permette di interpretare queste creazioni ognuno in modo differente e personale. Diventa quindi essenziale il trascorrere del tempo, in questo caso secoli, perché un opera d’arte susciti curiosità nell’ascoltatore.
      Spesso ciò che ci affascina maggiormente è anche ciò che conosciamo meno. Proprio per questo motivo più un opera è lontana (in termini di tempo) da noi, più essa invoglia lo spettatore a prestare attenzione.

      Se decido di andare a vedere il Macbeth, quindi, mi aspetto di venire catapultata in epoca medievale. Lasciando un attimo da parte la musica, le interazioni tra i personaggi, i temi trattati e le problematiche sono aspetti che sarei in grado di trovare nella quotidianità (basti pensare alla politica odierna). Ciò che mi spinge, quindi, a comprare il biglietto è l’esperienza di poter distaccarmi dalla realtà che vivo per poter assaporare quella di un epoca diversa dalla mia. A rendere questa esperienza ancora più stupefacente è, ovviamente, la musica.
      Il “Macbeth” di Verdi snaturato e trasportato nella nostra epoca perde una di queste tre parti del suo significato. I temi trattati sicuramente sono contemporanei, gelosia e sete di potere fanno ancora parte degli istinti dell’uomo e può essere che ne faranno sempre parte, ed è proprio per questo che questa è un opera “senza tempo”. L’epoca in cui è ambientato, però, permette a noi contemporanei, ma anche ai contemporanei di Verdi, di catapultarsi in un mondo che non conosciamo ma in cui le problematiche e le morali da cui trarre insegnamento sono le stesse.
      Perché, quindi, privarla del fascino di cui è dotata? Non è mai successo che Cappuccetto Rosso o Cenerentola fossero ambientate nel presente. Le fiabe sono sempre ambientate in un tempo e in un luogo indefinito e non perdono mai la loro magia, anzi più è misterioso ciò che accade più i bambini rimangono catturati da esse.

      Allo stesso modo anche l’opera, a mio parere, suscita maggiore interesse se le sceneggiature coincidono con l’epoca in cui è ambientata l’opera. La fantasia dello spettatore viene stimolata maggiormente se è necessario superare la “fatica” della distanza temporale.
      Oggi siamo sempre più abituati, invece, a trovare già tutto eseguito e svolto da altri. Anche il processo creativo, in questo caso, viene svolto da altri e questo non permette allo spettatore di vivere a pieno l’esperienza a cui assiste, dato che non deve più svolgere tutte quelle attività che gli permettevano di comprendere un’opera, apprezzarla e apprendere qualcosa da essa.

    • Mi trovo pienamente d’accordo con ciò che hai scritto e ritengo che un’opera antica non debba essere modernizzata, non solo perché perderebbe il proprio valore originale ma anche perché, proprio come anche tu stesso hai detto, “lei ci parla di lei”, della sua epoca, del contesto storico e delle persone che lo hanno caratterizzato e reso tale.
      Ad oggi, ormai, è quasi normale assistere a rivisitazioni in chiave moderna di opere famose: si basti considerare, ad esempio, dal punto di vista dell’arte, le innumerevoli modifiche che sono state applicate alla “Gioconda” di Leonardo da Vinci, e a numerosissime altre opere ancora, che la accostano alla vita contemporanea. A mio parere la gravità di questa situazione è data, principalmente, dal fatto che, spesso e volentieri, la modernità di cui parliamo è utilizzata in chiave ironica e stravagante nei confronti della modernità stessa e, personalmente, non solo penso che questo sia un atteggiamento irrispettoso nei confronti dell’autore dell’opera originale ma anche per ciascuno di noi, per ciascuno degli individui che fanno parte della nostra contemporaneità. Sempre più frequentemente ci capita di entrare in contatto con tematiche di tipo politico, culturale, sociale, religioso (ecc…) reinterpretate, attraverso l’arte, la musica e non solo, in modo bizzarro e, spesso, addirittura offensivo e questo, a mio parere, non solo porta ad aggravare situazioni già di per sé gravi ed ingiuste ma rischia anche di dare, di esse, una visione superflua e quasi insignificante alla popolazione e, in particolar modo ai giovani, quando, al contrario, sono tematiche importantissime e, molto spesso, gravissime che interessano l’intera società e, quindi, ciascuno di noi.
      I giovani, in particolar modo, sono proprio coloro che sono maggiormente in contatto con queste forme di modernità e anche questo, secondo il mio punto di vista, contribuisce ad aggravare queste situazioni: essi sono i primi che, anche involontariamente, incrementano queste situazioni di reinterpretazione artistica prendendole in modo leggero e “sul ridere”.
      “Secondo le statistiche la musica è da sempre l’oggetto più rubato al mondo”, è considerata sin da sempre, anche da alcuni filosofi, l’arte per eccellenza in quanto rimane immortale nel tempo e, come sostiene la citazione, è l’arte più utilizzata anche per esprimere la modernità. Spesso, però, capita che, anch’essa venga resa moderna, proprio come anche Pietro ed altri miei compagni hanno sostenuto, in modo eccessivo rendendola stravagante ed allontanandola dall’opera originale, dai suoi valori e da tutto ciò che, ad oggi, può essere memoria della vita, della cultura e dell’arte del passato.

      Di seguito vorrei elencare alcune citazioni a cui ho voluto fare riferimento:
      • “La modernità risolve i suoi problemi con soluzioni ancora peggiori dei problemi.” ~Marco Trevisan
      • “L’arte ha il compito di riflettere e far riflettere chi l’osserva.” ~Marco Trevisan
      • “La musica può nominare l’innominabile e comunicare l’inconoscibile.” ~Leonard Bernstein

  18. “Al rispetto spesso sconsiderato per le antiche leggi, le antiche usanze e l’antica religione dobbiamo tutto il male di questo mondo”. Con questa citazione di Georg Christoph Lichtenberg mi viene in mente la concezione medievale dell’ipse dixit (principio di autorità). Secondo questo principio ogni cosa che era stata espressa nel passato da Aristotele era considerata giusto, un esempio è la teoria geocentrica che vedeva la Terra al centro dell’universo e il sole ruota intorno ad essa, quando ormai è risaputo il contrario. Pensare che questa scoperta è stata fatta nel 1543 e fu approvata nel 1820 dalla Chiesa mi sembra una pazzia. Per quasi 300 anni la teoria Copernicana non fu presa in considerazione dalla comunità cristiana perché contraddiceva il principio di autorità legato ad Aristotele. Oggi (fortunatamente) non ci si basa più su teorie passate affermandole senza possibilità che possano essere sostituite in futuro da una legge che le smentiscono.
    Mi chiedo dunque se questo discorso sia possibile applicarlo anche in musica. Non è la prima volta che ci sono opere che vengono modernizzate perché le loro tematiche interessano la società odierna, e non per forza questo cambiamento scenico debba risultare uno scandolo.
    Il cambiamento ha sempre fatto parte delle nostre vite, esistono stili e correnti artistiche differenti perché si aveva la necessità di cambiare. I compositori del Novecento addirittura arrivarono ad utilizzare sistemi differenti da quelli tonali per scrivere i loro brani, perché avevano la sensazione di dire cose che già si erano dette. Anche l’opera nel corso della sua storia ha subito grandi cambiamenti, basta pensare alla grande riforma del teatro avvenuta con Wagner. Anche quello fu un grande cambiamento, se prima l’opera era pensata ad essere un semplice sottofondo per le chiacchere dei nobili, successivamente è diventata accessibile a tutti e diventò un momento di svago.
    Non capisco perché bisogna criticare i cambiamenti se continuano ad esserci nella vita di tutti i giorni, molti di questi hanno portato alle cose come le conosciamo oggi.

    • Come già è stato detto, dare una giusta ambientazione, una scenografia, dei costumi ad un’opera teatrale è molto complesso. La prima della Scala 2021 ha offerto con Macbeth uno spettacolo dal triplo registro:
      – teatrale nella sostanza,
      – cinematografico nella cura della messa in scena,
      – televisivo nella capacità di entrare nelle case attraverso uno schermo.

      In questa Prima Scala 2021 la regia teatrale e quella televisiva hanno scelto di fare un passo avanti rispetto al passato con uno spettacolo più che contemporaneo che risulta perfetto per la diffusione nelle sale cinematografiche, ma non ha ottenuto un grande apprezzamento in sala; ciò non stupisce, perché in tv ciò che viene rappresentato è percepito in tutt’altro modo.
      Nonostante il piccolo schermo sia un ottimo mezzo per diffondere spettacolo, la mediazione tra televisione e teatro è complicata perché le percezioni di uno spettatore in sala (costretto ad una visione frontale “statica”) sono diverse rispetto a quelle dello spettatore a casa (che riceve le inquadrature migliori secondo il regista).
      Un compromesso che potrebbe risolvere questo problema, come quello dell’accostamento antico-moderno, è quello di utilizzare una scenografia semplice, che segua una certa simbologia e si focalizzi su un oggetto adattabile a varie scene e a cui si abbia un continuo rimando nel corso dello spettacolo. Avevo molto apprezzato la semplicità della sceneggiatura utilizzata nell’opera Lucrezia Borgia (https://youtu.be/d5jHwrzd5Jc?list=PLBUXJ2V2p6dY2foLj4yodI3BdDD_sLKX6 ) e nel Castello di Kenilworth (https://youtu.be/kzex1D3R7a8) dove tutto ruotava attorno ad una pedana che variava a seconda della scena oltre che ad altri oggetti. Il regista dell’opera Lucrezia Borgia Andrea Bernard ha concepito uno spettacolo umano e simbolico; sin dall’ouverture compaiono oggetti o gesti allusivi alla vocazione materna di Lucrezia; invece nel finale la protagonista si ferirà ripetutamente con un pugnale proprio al petto, fonte di nutrimento e mezzo di contatto tra mamma e neonato nei primissimi mesi di vita, per sottolineare una maternità oramai perduta, come perduto è il figlio Gennaro.
      Quindi per concludere direi che il miglior modo per rappresentare un’opera, o qualsiasi altra cosa d’altri tempi, avviene attraverso la simbologia e la semplicità; inoltre la videoregistrazione delle telecamere deve essere il più possibile fedele a quella che è la visione dello spettatore in sala, che gode solo di un punto di vista frontale, in modo da non trasformare uno spettacolo operistico in un film.

    • Chigioni Samuel Alex

      Ho trovato molto interessante una frase qua sopra riportata da Daniel, ovvero:

      Non è la prima volta che ci sono opere che vengono modernizzate perché le loro tematiche interessano la società odierna.

      Con questo mi ricollego al fatto che è inutile pensare che ci sia un distacco tra l’antico e il moderno, perche in uno troviamo tracce e riprese dell’altro, e viceversa.
      Se il moderno si è basato sull’antico per molte cose, anche se alcune cose son state cambiate e variate, ci deve rimandare comunque al vero scopo di una cosa, che sia un opera o tutt’altro, e non pensare che solo perche una cosa è stata adattata ai tempi nuovi, perdi il vero significato, perche le basi di ciò che si era costruito in principio restano.

      Vero, per comprendere al massimo i valori, gli usi, i costumi, le tradizioni e molto altro, è sicuramente più APPROPRIATO adeguare il tutto a quello per cui è stato creato, ma ribadisco APPROPRIATO, e che quindi non è sbagliato, a parer mio, variare alcuni lati di ciò, dato che la modernizzazione ormai non guarda più in faccia a nessuno e la abbiamo tutti ormai davanti agli occhi.

      • Denis Rraboshta

        Rispetto a tutti i commenti letti fin’ora questo è quello che, probabilmente, rispecchia di più il mio pensiero e la mia visione, nei confronti dell’approcciarsi delle persone a delle tematiche innovative legate all’antico.
        Facendo riferimento a ciò che ho detto nell’altro commento gli elementi, i valori e le sensazioni percepite che risultano diverse dipendono unicamente dal modo in cui lo spettatore intenderà approcciarsi all’opera; di conseguenza il modernizzare un concetto antico non per forza significherà stravolgere i suoi valori e le sue tradizioni.

        “Tutto ciò che è moderno viene, prima o poi, superato.”
        (Oscar Wilde)
        Questa citazione ci fa capire che ciò che è moderno, col passare del tempo, diventerà l’antico; ciò si collega perfettamente con la teoria dell’immutabilità dei valori percepiti col passare del tempo citata da Samuel e sostenuta da me.

  19. “Quando ci si ferma si cessa di essere moderni. E’ come un fiume che non è più tale se cessa di scorrere, o il vento che non è più vento se cessa di soffiare. Modernizzare o modernizzarsi, significa cambiare continuamente cioè non accettare le cose così come sono e cambiarle.” Zygmunt Bauman ci presenta così la sua teoria del “cambiamento continuo”. Personalmente trovo interessante questo aspetto, cioè che se il vento cessasse di soffiare non sarebbe più vento, poiché anche io la penso allo stesso modo. Secondo il mio parere sia la musica che tutte le arti in generale, ma anche le nostre stesse vite vanno ampliate e mutate giornalmente, altrimenti si rischia di annoiare o annoiarsi. Però c’è sempre quell’eccezione che ci lascia di stucco e ci fa ricordare il gusto di un passato oramai andato.

  20. Vorrei aprire il mio discorso con questa citazione: “Molte opere degli antichi sono diventate frammenti. Molte opere dei moderni lo sono già al loro nascere.” ~Karl Wilhelm Friedrich con Schlegel.
    Ormai da anni, sempre più frequentemente, capita di assistere a reinterpretazioni moderne di famose opere del passato, come è avvenuto in quelle sopracitate dai miei compagni. Seppur io mi trovi d’accordo con Erica e Matilde nel momento in cui sostengono che alcune tematiche, alcuni sentimenti e valori rimangano spesso e volentieri invariati nel tempo, siamo sicuri che dare ad essi un’interpretazione in chiave moderna sia la scelta più adeguata?
    Nonostante, come sostiene Erica, “Senza passato non c’è presente e senza presente non c’è futuro” penso che vi siano, sempre e comunque, delle differenze sostanziali visibilmente chiare che discostano, storicamente, questi tre momenti l’uno dall’altro quindi ritengo che non sia sempre opportuno rielaborare, attraverso tematiche a noi contemporanee, delle opere di tipo storico poiché potrebbero perdere il loro vero valore. La “Divina Commedia” di Dante, ad esempio, è un’opera letteraria famosissima che ognuno di noi conosce e, una delle caratteristiche che la valorizzano è proprio il dialetto utilizzato dal poeta che nessuno si permetterebbe mai di modificare proprio per il valore che dà all’opera in sé.
    Al contrario di Erica, che sostiene che, modernizzare queste opere artistiche, spesso, possa portare più interesse tra i giovani, io non mi trovo d’accordo.
    Come sostiene la citazione che ho voluto prendere in considerazione, penso che, se pur le opere del passato possano non destare l’attenzione o non essere sempre apprezzate e comprese da molti giovani del nostro secolo poiché considerate da loro “antiche”, non sia giusto neutralizzare il loro valore originale.
    Inoltre, se pur molte opere antiche si siano, a poco a poco, frammentate nel tempo, le opere moderne, per la maggior parte delle volte, nascono già frammentate: come sostengono Elena e Ludovica, la modernità porta spesso ad ignorare elementi essenziali caratterizzanti l’opera originaria e, questo, la porta a perdere il suo vero valore poiché “Nulla è pericoloso quanto l’essere troppo moderni. Si rischia di diventare improvvisamente fuori moda.” ~Oscar Wilde.

    • Laura D'Oriente

      Rispondendo ad Agata, secondo me a volte modernizzare un’opera può aiutare a comprenderla a fondo. Modernizzare un’opera che possa essere musicale o letteraria può aiutarci a comprendere le sfumature più profonde. La stessa cosa avviene con le analisi che facciamo in classe dei testi letterari, trasformiamo la prosa antica con quella moderna, per riuscire a comprendere al meglio il significato. E’ sempre importante partire dal testo originale, ma poi lo si può rendere moderno e più vicino ai nostri tempi. Non possiamo rimanere intrappolati nel passato, fra cinquant’anni molte cose saranno cambiate. La cultura generale può aiutarci, ma bisogna sempre applicarla alla nostra epoca se no non serve studiarla. Modernizzare non significa per forza frammentare o rendere infantile qualcosa. I più grandi, vedi Verdi e Wagner, hanno saputo prendere spunto dall’antico e aggiungere uno stampo moderno. L’arte ha bisogno di essere continuamente “stuzzicata” per poter persistere.

  21. La musica antica come fonte d’ispirazione per il progresso. Fin dalla prima rivoluzione industriale, gli strumenti a disposizione dell’uomo sono migliorati perché hanno subito un progresso che può essere interpretato in modo positivo o negativo. Nel contesto musicale questo pensiero resta invariato; la musica all’inizio si creava attraverso strumenti poco sviluppati che portavano le musiche antiche ad essere facili ma molto affascinanti. Questi strumenti nel corso degli anni si sono evoluti e sono cambiati esteticamente ma anche musicalmente. Nei periodi più recenti i compositori scrivono delle musiche molto più complesse con dei ponti, che collegano dei temi tra di loro rendendo la stesura molto più ampia ed emozionante. Nei periodi più antichi invece tutti cantavano e suonavano cose sempre uguali o che apprendevano dai musicisti di corte. La musica non si è sviluppata in ugual modo per tutti, alcuni compositori sono meno rilevanti di altri ma comunque presenti nel percorso della musica. Secondo me le caratteristiche di quest’ultima hanno posto le basi per quello che noi oggi intendiamo con il termine “musica” e molti generi si sono sviluppati grazie a degli studi che hanno fatto dei musicologi con gli spartiti antichi. Lo studio dell’armonia e dell’accompagnamento è importantissimo per i cantati del giorno d’oggi per poter creare una base alla quale aggiungere il testo. Utilizzo la seguente citazione : “Finché non abbiamo letto tutti i libri antichi, non c’è ragione di preferire i moderni” di Montesquieu perché concordo con quanto citato a riguardo la musica antica, perché molti spartiti non sono mai stati studiati e quindi prima di passare al progresso bisognerebbe utilizzare tutte le fonti che abbiamo per sviluppare un concetto di musica a tutto tondo.

  22. La musica attuale come riflesso di quella antica. La musica che viviamo attualmente, è cambiata molto rispetto a quella dell’antichità. Con il passare del tempo i pensieri sono cambiati e gli strumenti si sono innovati, fino ad utilizzare “rumori” per comporre musica come Schaeffer. Le tecnologie sono utilizzate molto nella musica moderna, attraverso l’autotune, la correzione di imprecisioni durante la registrazione e per pubblicare video su canali. Questo potrebbe portare ad un allontanamento da parte dei musicisti nei confronti della musica antica, ma nonostante tutte queste modifiche apportate nel corso degli anni la musica classica viene comunque suonata e trasmette molte emozioni. Mi collego alla citazione di Pascoli che chiarisce perfettamente il mio pensiero a riguardo : “C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole, anzi d’antico”. Le forme musicali che al mondo d’oggi vengono utilizzate si sviluppano su quelle antiche, quindi non verranno mai dimenticate ma modificate in base all’esigenza del momento e a quello che si vuole esprimere; perché la musica resterà sempre un linguaggio attraverso il quale si parla indirettamente di se stessi.

  23. Lorenzo Bassani

    Vorrei rispondere al commento di Corinne. Tu dici che “i canoni da salvaguardare sono sicuramente i significati, le personalità dei personaggi, la storia ma tra le cose che possono essere variate per rendere il tutto più rientra, a parer mio, l’ambientazione, i costumi…insomma tutto ciò che riguarda la scenografia.” Sono perfettamente d’accordo sulla tutela della personalità e dei personaggi, ma non sul significato. Quando si va a cambiare la scenografia, senza però travisare le componenti originali dell’opera per evitare di cadere nell’esagerazione, si cambia per forza il significato. Certo i temi trattati restano uguali, ad esempio la vita, la morte, il mistero, l’amore, il dolore e così via, ma il messaggio che l’opera vuole comunicare cambia.
    L’opera può essere un mezzo per esprimere un dissenso nella società, ad esempio il “Don Pasquale” di Donizetti che con lo schiaffo di Norina rompe i canoni dell’opera ed esprime a pieno il senso di ribellione delle donne all’interno della società. In questo caso il messaggio può essere trasportato anche nella società odierna, ma come tu ben sai, in quel periodo c’era anche Giuseppe Mazzini che nel suo discorso sul risorgimento italiano dà alla figura del musicista un ruolo importante. Per citare proprio il discorso di Mazzini: “che le note siano armi” e questo viene assimilato da Verdi nei suoi cori che diventano la voce del popolo e incitano alla lotta contro l’invasore per scacciarlo e fondare così uno stato unitario. Ad esempio oggi questo messaggio penso sia impossibile da applicare alla società moderna dato che non siamo oppressi da qualche invasore. Nel variare l’ambientazione e i costumi sono d’accordo, però sempre seguendo la regola principale: la musica è il centro dell’opera e la “modernizzazione” deve seguire uno schema logico e pertinente con essa.

  24. Finché non abbiamo letto tutti i libri antichi, non c’è ragione di preferire i moderni.
    (Montesquieu)
    Parto da questa citazione per riprendere, come espresso in precedenza, il mio punto di vista sul discorso incontro antico-moderno ed ampliare poi il discorso ad altri ambiti.
    Penso che da una parte Montesquieu abbia ragione, mentre dall’altra no. Montesquieu ha ragione poichè è assolutamente vero che per approdare a quel che è più attuale bisogna partire prima dalla radice e familiarizzare con essa per costruire una base solida.
    E’ vero però anche quanto afferma Bauman : “Quando ci si ferma si cessa di essere moderni. E’ come un fiume che non è più tale se cessa di scorrere, o il vento che non è più vento se cessa di soffiare. Modernizzare o modernizzarsi, significa cambiare continuamente cioè non accettare le cose così come sono e cambiarle.”
    (Zygmunt Bauman)
    Parlare di moderno significa parlare di un qualcosa che in un determinato contesto storico risulta nuovo ed innovativo, ma che col tempo dovrà subire un evoluzione ed un progresso per risultare ancora moderno in un contesto più evoluto alla base. Questo concetto consolida ancora di più la mia tesi sulla necessità di un processo di modernizzazione generale dell’opera nel nostro presente; l’opera non deve essere snaturata, essa deve continuare a conservare i suoi legami col passato ed i suoi elementi fondanti, ma rimango convinta che debba anche adattarsi al presente. Tuttavia non solo all’opera dovrebbe essere riservata questa “sorte”. Penso che una modernizzazione sia necessaria in tutti gli ambiti dell’arte; ma attenzione a non inciampare in fraintendimenti! L’arte non deve cambiare totalmente volto, ma credo che dovrebbe essere coniugata ed accostata ad elementi nuovi. Un esempio pratico? Oggi vediamo opere d’arte riportate ovunque: sulle cover dei telefoni e dei computer, sui vestiti, sugli arredamenti(pop art),perfino sulle calze, etc…
    Anche la letteratura potrebbe essere modernizzata nel senso che, talvolta, si potrebbero fare delle rappresentazioni di opere letterarie viste attraverso gli occhi di oggi, giusto per dare un volto più simpatico ad alcuni poemi che risultano noiosi agli occhi dei giovani. Ad esempio se la commedia di Dante diventasse un film da proiettare al cinema con la rappresentazione del sentimento di Dante per Beatrice come la sofferenza per amore di un giovane del ventunesimo secolo? I canoni sono altri, i costumi anche…ma il significato di base della commedia dovrebbe rimanere comunque quello originario.
    Ovviamente questo tipo di rappresentazioni andrebbero alternate a quelle classiche per preservare comunque il lavoro originario di un uomo di altri tempi e che riscosse anche molto successo, ma in generale idee di questo genere non mi dispiacerebbero affatto; anzi contribuirebbero ad alternare serietà(che è giusto che ci sia anche per godersi un vero tuffo nel passato) e leggerezza. Cos’altro ci può essere di meglio?

  25. L’opera in questione assume un significato maggiore quando viene ambientato in epoche differenti, in questo modo non persisteva il problema della censura. Donizetti oer questk problema lascia Napoli.
    Secondo me però lo spettatore di aspetta nuove tipologie di opera per variare un po’, evitando di vedere sempre le stesse cose.

  26. Io personalmente amo l’opera,, ogni volta che ho l’opportunità Vado a vederne una. Per esempio, recentemente sono andata a vedere l’Elisir d’Amore a teatro e l’ho trovata particolare, oltretutto quest’opera in particolare mi tocca perché ho avuto modo di sperimentarla in prima persona.
    Facendo riferimento a questa mia esperienza posso dire che l’opera è cambiata, infatti i costumi e la recitazione erano di uno stile più moderno.
    Vorrei puntualizzare che Lo spettacolo era una prova generale aperta al pubblico, più precisamente aperta alle scuole, infatti ciò che mi ha colpito di più è stato vedere che c’erano tanti ragazzi e la maggior parte di loro era interessata allo spettacolo, alcuni di loro cantavano persino alcuni pezzi.
    Secondo questo punto di vista l’opera e l’ambiente che Donizetti ha creato è riuscita a far avvicinare a se molti adolescenti.

  27. “Torniamo all’antico e sarà un progresso” Giuseppe Verdi
    “C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole, anzi d’antico” Giovanni Pascoli
    Come affermano queste citazioni mantenere un sguardo rivolto al passato molto spesso è la cosa più moderna che potremmo fare.
    Dato ciò ritengo che anche l’esatto opposto paradossalmente, guardare l’antico con sguardo moderno sia la cosa più antica ed intelligente che potremmo fare.
    Il paragone tra antico e moderno sarà sempre un dibattito permanente nella società.
    Indipendentemente dal contesto storico e sociale nel quale una persona si ritrova, inevitabilmente quest’ultima avrà la stretta necessità di confrontarsi.
    L’antichità è intrinseca nel moderno, poiché tutti noi siamo figli del nostro passato.
    Ma è giusto affrontare con chiave attuale tematiche antiche?
    É lodevole modernizzare opere spropositate per importanza, arte e musica, come diversi teatri di tutt’Italia, ma non solo d’Italia, hanno fatto oppure è irrispettoso e per certi versi di cattivo gusto?
    Ad alcuni potrebbe sembrare forse persino blasfemo modernizzare le opere di colossi della musica classica del calibro di Verdi, Donizetti eccetera… eppure è la dimostrazione di un’estremo quantitativo di rispetto e di consapevolezza dell’incredibile valenza che il passato ha all’interno del nostro futuro.
    Con ciò intendo dire che modernizzare l’antichità comprova, l’intelligenza con la quale si comprende il concetto di essere figli di ciò che ci precede.
    Modernizzare il passato, in questo caso l’opera classica, significa assottigliare la complessità delle differenze che ci caratterizzano ed enfatizzare la semplicità delle emozioni che ci accomunano.
    Proprio per questo promuovere questa mescolanza tra antico e moderno, non permette solamente una fruibilità maggiore delle opere anche da parte di un pubblico più giovanile, ma è un occasione per avvicinare epoche così distanti e diverse nelle quali prevalgono gli stessi sentimenti.

  28. “La prima e unica fonte di tutti i mali che oggi ci affliggono è il disprezzo dell’antichità, o, che è lo stesso, il disprezzo dell’esperienza: mentre non c’è nulla di meglio di ciò che è sperimentato. La pigrizia e l’ignoranza di questo secolo si adattano molto meglio alle teorie che non costano niente e che lusingano l’orgoglio che alle lezioni di temperanza e obbedienza che con fatica bisogna domandare alla storia.” Joseph De Maistre (1753-1821)

    Voglio partire da questa citazione di un autore a me molto caro (tratta dall’Étude sur la souveraineté) Per cercare di spiegare come l’idea dell’opera antica “modernizzata” dalla regia sia, a mio avviso, un gravissimo errore.
    È tipica di questo nostro secolo una pigrizia ed un’ignoranza capillare e diffusa che avrebbe fatto impallidire il pigro e l’ignorante medio del secolo decimottavo, una necessità scabrosa del tutto subito, hic et nunc, a cui la cultura (E penso che chi legge possa essere d’accordo con questo) può essere salutare antidoto.
    Del resto già i greci credevano nell’utilità didattica del teatro e della μουσική (musikè), tanto che le discipline che la comprendevano erano indispensabile bagaglio del giovanetto dabbene, come pure i romani era fermamente convinti della utilità della storia (circolavano veri e propri cataloghi di “Exempla”, ossia raccolte di fatti storici ad uso dei retori e dei precettori) e del suo valore identitario per l’uomo. Il teatro in occidente, grazie anche alla mediazione cristiana diventa uno strumento morale importantissimo, poiché oltre alla possibilità di divertire permette di eccitare vari e forti sentimenti, che possono essere, talvolta, anche pericolosi (si veda, a proposito, come Sant’Agostino parli del teatro e della pantomima nelle Confessioni) negli animi dell’uditorio. Il teatro è antidoto alla ignoranza e anche alla tristitia, ci mancherebbe, ma se il fruitore non ha l’opportunità di lavorare con la mente, per ipostatizzare i contenuti partendo dalla rappresentazione, ed applicare quanto riceve dall’arte alla sua propria vita ecco che il teatro perde quella sua forza prorompente, perde la capacità di eccitare la mente, insomma non è più antidoto, ma rischia di diventare veleno di pigrizia. Proponendo Macbeth con una regia moderna (con, tra le altre cose, una bella e volgarissima scena in un ascensore di New York) si è proposta (per così dire) una chiave di lettura unica, svincolata dall’individualità delle singole persone del pubblico, sopprimendo la creatività di ciascuno in nome di un “pensiero unico”, un diktat imposto dal regista, che fa del teatro, senza mezzi termini, una vera e propria dittatura, immagine della classe intellettuale odierna, povera, pigra e asservita al potere. Un’opera, specialmente di teatro musicale, forma più alta dello spettacolo, nasce con un preciso contesto e delle precise caratteristiche, SACROSANTE, perché volontà espressa di chi c’è l’ha donata con un libero atto d’amore, che se non sono inalterabili, garantiscono ben poco margine di azione, perche necessarie ad immortalare un determinato momento storico in cui l’azione si svolge (con le sue caratteristiche proprie, le sue convinzioni sociali, le sue dinamiche e le sue ideologie) e non solo, che costituisce per lo spettatore il punto di partenza per ricavare dall’opera il messaggio che meglio crede e che preferisce portarsi a casa, in assoluta LIBERTÀ. Questo processo è essenziale, se così non fosse, non sarebbe stato forse più comodo per Verdi ambientare il Nabucco a Milano? avrebbe di certo lanciato un messaggio in modo chiaro ed evidente, al costo di qualche rogna con la censura e la polizia. Eppure la gioventù d’Italia intese benissimo il grido del maestro, cantore dell’Italia volenterosa di unirsi sotto un’unica bandiera, una speme, tant’è che poco qualche anno gli stessi che sentirono “Va pensiero” a teatro per la prima volta andarono a morire da eroi al grido di: “Avanti Savoia!”, e lo intesero molto bene anche crucchi, che a stento parlavano l’italiano. L’idea dell’opera ambientata nel passato è un qualcosa che ci viene dai secoli e che dobbiamo mantenere, non come un “ipse dixit”, anzi “ipsi dixerunt” ma come un sistema fondante (una sorta di “contratto sociale” tra figuranti e pubblico) su cui tutto il teatro occidentale di si fonda, perché consente di vivere il fenomeno antropologico “Teatro” nel modo migliore possibile, garantendoci una libertà amplissima in cui possiamo vivere immedesimandoci sempre in modo diverso, insomma vivendo infinite vite.

  29. Opere antiche trasformate in opere per Cyborg. Negli ultimi tempi si è visto aumentare a dismisura il livello di opere antiche adattate e trasformate per un età moderna. Io trovo la cosa interessante da un punto di vista oggettivo, apprezzo l’impegno dei compositori nel cercare di creare qualcosa di nuovo, più apprezzabile da un gruppo di giovani ma al contempo dal punto di vista soggettivo trovo la cosa non piacevole per le mie orecchie e per la mia vista. La mia cultura musicale è molto ampia, spazia tutti i generi ma per me ogni genere, ogni suono deve rimanere lì dov’è, non può essere modificato, se non addirittura rovinato. Quando voglio andare a teatro, ascoltare un opera iconica nella storia della musica operistica la voglio sentire così com’è stata pensata a quel tempo, voglio immergermi in un’epoca diversa,antica,un mondo diverso.

  30. Sicuramente l’allestimento di Macbeth come inaugurazione del teatro alla scala, ha scatenato pareri contrastanti causa la sua modalità di rappresentazione. La trama dell’opera già di suo complessa e articolata è stata ambientata, in una modernità sfrenata e angosciosa. Davide Livermore, regista dell’opera dice: “porto Macbeth in un videogame”, attraverso visioni distorte e labirintiche, come per esempio i grattacieli al contrario ispirati da “Upside Down” di Juan Solanas. La concezione della realtà è totalmente traviata da una visione completamente differente rispetto al significato di antichità. Uno degli aspetti più importanti che è stato concepito differentemente, è il significato intrinseco della trama, se nel passato, l’obbiettivo dei protagonisti era il trono di Scozia, ora è il potere economico e finanziario. La vera sfida a questo punto è rendere queste innovazioni efficienti e comprensibili dal pubblico, ed è proprio qui che si scatena il dibattito, c’è chi accusa questa distopia troppo distante ed astratta e chi la apprezza come innovazione interessante. La sensazione di diversità nelle direzioni nella narrazione è affiancata dalla musica, che assume continue sfumature diverse, Riccardo Chailly funge da vero e proprio narratore, che utilizza gli strumenti come parole che raccontano e sottolineano le innovazioni di scrittura del Verdi stesso.

  31. Mi trovo pienamente d’accordo con il pensiero di Lorenzo, nell’opera bisogna rispettare determinate priorità. La critica mossa a questa rappresentazione in chiave moderna ma come tante altre, per esempio la Traviata di Graham Vick all’arena di Verona del 2004, è appunto quella di soffocare la musica con queste palafitte innovative che vanno talvolta a spostare il baricentro da ciò che è veramente arte. La vera complessità di riproporre opere antiche, è quella di comprendere la linea di delimitazione fra valorizzazione rendendo il tutto anche più vicino alla realtà contemporanea, o opprimere i veri elementi meravigliosi dell’opera con componenti che risulterebbero di fatto ridondanti e incomprensibili.

  32. Per me la rappresentazione di Macbet effettuata alla prima in termini di regia non mi ha entusiasmato del tutto, però devo ammettere che non è stata per nulla fuori tema. Anche se la realizzazione scenica sembra del tutto fuori contesto, bisogna ammettere che la rilettura in chiave moderna c’è stata ed è stata effettuata con cognizione di causa da parte del regista. È normale che risulti un po’ inusuale, ma penso che l’intento fosse proprio quello di creare stupore.
    Mi ricordo che in seconda superiore siamo andati al Teatro Sociale di Bergamo per assistere alla messa in scena di “Pietro, il più grande Kzar delle Russie, ossia il Falegname di Livonia”. Anche in questo caso la regia, effettuata da Ondadurto Teatro, era molto innovativa. Tuttavia non stonava nel contesto, anzi nonostante l’originalità che ha avuto,  è rimasta coerente alle intenzioni della trama e della musica, come secondo il mio punto di vista è successo con la rappresentazione della prima della Scala.
    Per me queste macchine sono inserite nel contesto operistico con lo scopo di meravigliare, come fece Torelli con le quinte scorrevoli a Venezia.
    Ma anche a Roma per esempio con gli spettacoli di Barberini si aveva anche un eccesso di stupore, affinché però rimanesse coerente con l’opera rappresentata.

  33. Per iniziare vorrei proprio provare a rispondere al quesito presente alla fine dell’articolo: “Da cosa discostarci per dare una “pennellata” di modernità, una nuova interpretazione, così da rendere la composizione più attuale, ma altrettanto credibile e fresca? Viceversa, a cosa restare assolutamente fedeli, per non svuotare di significato quanto ereditato dal passato, quali canoni andrebbero salvaguardati e gestiti con equilibrio?”
    Una delle parti principali dell’opera stessa è proprio la scenografia, penso che se si voglia dare una “pennellata” di modernità alla rappresentazione quello su cui si può lavorare senza snaturare l’opera stessa sia proprio la scenografia. Come la tipologia d’opera cambia notevolmente in base al periodo storico in cui viene composta, basti pensare ad un’opera di Puccini e ad un’opera di Giuseppe Verdi, credo che anche l’ambientazione di un’opera, la sua scenografia e tutto quello che ci sta attorno cambino di epoca in epoca. Non necessariamente questa caratteristica deve essere un elemento negativo, anzi permette di capire meglio gli usi e i costumi di una determinata epoca e vedere a cosa un determinato periodo da più importanza rispetto ad un altro, in base agli elementi che decide di mettere in luce. A tal proposito credo che la citazione di Zygmunt Bauman sia perfetta per esprimere il concetto che vorrei far passare.

    Quando ci si ferma si cessa di essere moderni. È come un fiume che non è più tale se cessa di scorrere, o il vento che non è più vento se cessa di soffiare. Modernizzare o modernizzarsi, significa cambiare continuamente cioè non accettare le cose così come sono e cambiarle.
    (Zygmunt Bauman)

    Allo stesso tempo però sono anche d’accordo che eccedere troppo nella modernizzazione di un’opera poi vada a snaturare eccessivamente l’opera stessa. Secondo me non bisogna snaturare la musica e gli elementi principali di un’opera, si possono appunto come già detto prima mettere in risalto alcuni elementi piuttosto che altri, si può decidere di ambientare l’opera in un’epoca passata oppure in un’epoca moderna, però le fondamenta devono rimanere le stesse se no si rischia d’avvero di creare un qualcosa di poco sensato a parer mio.

  34. Sono d’accordo con quanto riportato da Lorenzo. Spesso si tende ad accettare la “modernizzazione” di un’opera d’arte senza però tenere in considerazione che quella modernità spesso è sintomo di un eccesso di effetti sonori o visivi propri dell’artista. Il tutto sfocia quindi in un eccesso di tecnicismo privo dell’aspetto più importante ovvero la musica. D’altro canto però menzionando la citazione dello stesso Verdi ovvero “Torniamo all’antico e sarà un progresso” esclude quella che può essere la modernità che influenza il contesto storico in cui viene realizzata. Bisogna quindi trovare un giusto punto d’incontro tra le due parti ovvero non sfociare nell’eccessivo tecnicismo privo dell’aspetto musicale ma nemmeno privarsi degli aspetti moderni basati sul contesto storico in cui viviamo.

  35. Finché non abbiamo letto tutti i libri antichi, non c’è ragione di preferire i moderni.
    (Montesquieu)

    Ricollegandomi alla citazione riporta di Montesquieu, nonché filosofo, giurista, storico e pensatore politico francese, penso che sia fondamentale conoscere la storia che precede il moderno per far sì che si possano avere delle considerazioni al riguardo, anche perché è doveroso ricordare che la conoscenza della storia, soprattutto nel contesto dell’opera, è fondamentale per poter comprendere e apprezzare lo sviluppo lungo il corso dei secoli. Vi sono molteplici canzoni, risalenti ai giorni nostri, che prendono spunto dalla letteratura, anche musicale, come per esempio: “Sympathy for the Devil” dei Rolling Stones, dove Mick Jagger ha come obbiettivo l’incarnazione di un Lucifero che è in giro per San Pietroburgo con un evidente apparenza di gentiluomo.

  36. Ricollegandomi al primo punto della traccia, dove viene sottolineato un maggior interessamento verso i contributi legati ad esperienze personali, voglio riportare una mia esperienza legata al tema assegnato.
    Durante il primo anno di scuole superiore (Anno scolastico 2017/2018), con proposta del professore Donato Giupponi, siamo stati invitati a vedere la rappresentazione dell’opera ” Die Zauberflöte”. durante quella sera, nonostante il vago ricordo in quanto sono passati 5 anni, mi ricordo abbastanza bene la formazione dei coristi. Tale formazione, si sviluppava lungo il palco e non solo, bensì anche lungo le prime balconate del teatro sociale di Bergamo. L’organico che venne preso in considerazione per tale rappresentazione, mi ricordo che era molto semplice e vi era difatti la presenza ad esempio di soli due clarinetti. Mi ha colpito, moltissimo la bravura della cantante che ha interpretato la regina della notte, soprattutto nel tema principale dell’opera a lei assegnata. Infine Un’altro aspetto per me fondamentale è stata la scenografia mobile, nonché il meccanismo delle quinte scorrevoli molto articolato.

  37. Bianca Beltrami

    Antico o moderno? Innovazione o tradizione? E’ necessario scegliere, oppure è possibile trovare un compromesso?
    Questi gli interrogativi su cui si fonda il dibattito che ha avuto inizio dopo la rappresentazione del “Macbeth” di Giuseppe Verdi per la prima del Teatro La Scala a Milano.
    In questa rappresentazione, che ha subito preso il suo posto nelle prime pagine di tutti i più importanti giornali a tiratura nazionale, una storia scritta da Shakespeare e ambientata in epoca medievale è stata trasportata avanti nel tempo grazie alla regia teatrale di Davide Livermore, alla scenografia è di Giò Forma, alle luci di Antonio Castro, ai video curati da D-Woke e ai costumi di Gianluca Falaschi. Tutti questi aspetti dell’opera sono stati modificati, rispetto ad una rappresentazione che potremmo definire “tradizionale”, grazie alle tecniche innovative che abbiamo oggi.

    A mio parere, però, snaturare un opera dal tempo a cui appartiene la priva di una parte fondamentale. Si perde il velo di mistero, dato dal tempo trascorso tra la nostra epoca e quella in cui vivono i personaggi, che rende lo spettacolo affascinante. Suppongo che l’intento del regista fosse quello di dimostrare come tematiche appartenenti al medioevo siano ancora estremamente attuali (non è un caso che Shakespeare venga considerato una delle menti più brillanti della storia umana).

    Come è possibile mettere in evidenza il fatto che le tematiche del Macbeth siano attuali senza, però, trasformare completamente le caratteristiche dell’opera?

    Certamente, a mio parere, è troppo facile “servire tutto su un piatto d’argento” e dimostrare allo spettatore che i temi trattati sono attuali semplicemente inserendoli in un’ambientazione moderna. Lasciare che la fantasia sia libera di elaborare dei concetti senza l’aiuto della tecnologia e della mente di altri è fondamentale per comprendere qualcosa (ed è proprio quello che i videogiochi non ci permettono di fare).

    Il regista Davide Livermore intervistato da Repubblica parla della sua intenzione di dare allo spettatore un’esperienza di realtà aumentata: “Una vertigine a cui gli appassionati di videogame sono abituati”. E per fare questo Livermore ha fatto ricorso ad una tecnologia avanzata: “L’uso del ledwall, quindi una superficie virtuale, con elementi architettonici reali. Microcamere che si insinuano all’interno della scenografia, nelle sue pieghe”.

    Se la realizzazione di un immagine o la connessione fra due elementi viene realizzata e spiegata da altri la fantasia di ciascuno di noi non ha lo spazio per sviluppare un’interpretazione personale.

    Questa discussione potrebbe essere il punto di partenza per una discussione molto più ampia, che mi limito a citare per capire il parere dei miei compagni. Come potremo creare la nostra opinione se tutto quello che ci viene proposto è già stato alterato dall’opinione di coloro che ce lo propongono?

    Per non divagare, però, mi limito a rispondere alla prima domanda che ho posto dando quella che, a mio parere, potrebbe essere la soluzione ideale. Siamo in possesso, oramai, di tecnologie avanzatissime che ci permettono di realizzare qualsiasi cosa (soprattutto dal punto di vista cinematografico). Perché, allora, non utilizzare gli strumenti che abbiamo a disposizione non per realizzare un ambientazione completamente differente da quella originale ma per realizzarne una che sia il più fedele possibile ad essa? Con i progressi fatti dalla storia, uniti a quelli fatti dalla tecnologia, saremmo in grado di ricostruire perfettamente i luoghi in cui Lady Macbeth, Duncano e le streghe vivevano. Sicuramente saremmo in grado di ricreare un immagine più fedele rispetto a quella ricreata dallo stesso Verdi! Semplicemente perché abbiamo a disposizione un numero maggiore di risorse. La soluzione migliore, quindi, non potrebbe essere quella di UTILIZZARE le INNOVAZIONI MODERNE per RIMANERE FEDELI (come mai era stato possibile fare) all’ANTICO?

  38. “Non vivo per me, ma per la generazione che verrà”VINCENT VAN GOG
    se ci si focalizza solamente sulla fetta di terreno (come spesso succede) difficilmente si crea un’opera immortale, capace di sopravvivere negli anni e non solo, perchè i principali lavori ( in questo caso parliamo di opere, ma il criterio vale a grandi linee per tutte le forme d’arte) non si sono limitate sopravvivere, ma grazie all’inventiva e all’ambizione (unita a una necessità di tipo economico) degli autori, le opere hanno a attraversato secoli e secoli di storia .Inutile dire che quando un lavoro operistico (caratterizzato comunque da un meccanismo ampio e complesso)attraversa il mondo per anni difficilmente resta invariato anzi, basti pensare anche solo alla velocità di adattamento del genere opera in Italia e all’estero dopo la sua nascita a Firenze.
    Rilflessione personale=Quando Giovanni Bardi riunì la “camerata dei Bardi” nella speranza di creare qualcosa di nuovo per il pubblico (qualcosa di meraviglioso e stupefacente ) io penso che l’abbia fatto con uno sguardo al futuro dell’intrattenimento musicale e teatrale perché, senza l’attenzione del cosiddetto pubblico persino il più virtuoso dei musicisti non è nessuno:
    “Il pubblico è il solo critico la cui opinione valga davvero qualcosa.”(Mark Twain)
    Si era arrivati a un punto dove Serviva qualcosa di nuovo e quel qualcosa fu chiamata “opera”.
    Oggi qualcuno potrebbe chiedersi il perché questo genere sia sopravvissuto e sia ancora così forte nel mondo, tutto questo è stato possibile grazie a continue innovazioni attuate per portare il pubblico a non disinteressarsi alla novità, perché per quanto bello possa essere qualcosa, con l’andare del tempo sarà inevitabile scontrarsi con un calo di interesse dato dalla troppa monotonia, ebbene secondo me uno dei criteri che non fece diventare l’opera solamente una “moda passeggera “fu questo continuo rinnovamento e adattamento al pubblico. Non a caso ho usato anche la parola “adattamento” ,questo perché adattarsi alle esigenze del popolo nella maggiorate dei casi porta a un calo di qualità ( fare Audience),fattore non positivo che si farà sentire soprattutto con l’opera Veneziana (prodotta e eseguita ed esportata all’estero in lingua veneziana e quindi non compresa pienamente).
    Di seguito lascio una classifica delle 5 opere più rappresentate nel mondo (dal sito http://www.operaromacampus.com, con dati risalenti al 2016)
    1. Verdi – LA TRAVIATA
    Di gran lunga la più rappresentata nel mondo, ben 4190 rappresentazioni nel periodo analizzato. La top of mind dell’Opera, possiamo dire l’emblema della rappresentazione lirica.
    2. Mozart – IL FLAUTO MAGICO
    L’opera di Mozart in due atti è al secondo posto, ben distanziato dalla prima posizione (3310 rappresentazioni)
    3. Bizet – CARMEN
    Quasi a pari merito con Il Flauto Magico, l’opera del compositore francese si distanzia di poco con 3280 rappresentazioni.
    4. Puccini – LA BOHEME
    Un’altro italiano nella Top 5 per un’altro dei più grandi classici del panorama lirico, con 3131 rappresentazioni si discosta davvero di poco dal terzo posto.
    5. Puccini – TOSCA
    Al quinto posto ancora Puccini con una delle opere più amate dal grande pubblico, con 2694 rappresentazioni.
    Se sono state replicate così tante volte significa che al pubblico piacevano e di conseguenza compravano i biglietti incitando così altre repliche, tuttavia gli spettacoli non erano sempre uguali, a seconda del posto e del tempo magari qualche caratteristica cambiava, magari l’organico ,o i costumi o le quinte scorrevoli, magari per la decisione di qualche direttore artistico “illuminato” che per fare più notizia decide di mischiare effetti o aggiunge particolari che nella prima rappresentazione non c’erano.
    Detto questo ,mischiare l’innovazione con il passato è rischioso, ma se fatto con criterio può portare a grandi risultati, d’altronde bisogna stare dietro a un pubblico il cui gusto è in continua mutazione, quindi o ci si prende un pò di rischi o si rimane indietro.

    • “L’opera è fatta per essere vista. Una sinfonia o un quartetto per essere ascoltati”.

      Questa constatazione non è sempre universalmente scontata. Ancora nel 1922 George Bernard Shaw,, affermava che il modo migliore di andare all’opera era di sedersi al fondo di un palchetto, mettere i piedi su una sedia e chiudere gli occhi. «Se la tua immaginazione non lavora non occorre andare all’opera»..Questa affermazione può essere capovolta,Come ha detto Chéreau «se il regista non sa fare di meglio dell’immaginazione dello spettatore, allora sì, è inutile».

      All’inizio della storia del melodramma il regista d’opera non esisteva, le indicazioni erano tutte nel libretto, lo scenografo dipingeva i fondali, ma la messa in scena era tutta nelle mani dei cantori che si sceglievano anche i costumi.
      La fruizione dello spetta­colo lirico è molto cambiata: fino a pochi de­cenni fa si andava ad assistere a un’opera sa­pendo che si sarebbe ascoltata un’orchestra diretta da tale diret­tore e in scena ci sarebbero stati dei cantanti più o meno bravi e più o meno famosi. dove il regista avrebbe detto ai cantanti dove mettersi e come muoversi niente di più.

      È con Patrice Chéreau e la sua rilettura del Ring wagneriano del centenario abbiamo una svolta, da li in poi la regia lirica non sarà più la stessa. Ma anche qui è necessario distinguere tra innovazioni ar­tificiose e forzate e ricerca di collegamenti fra musica, dramma, spettacolo e attualità. Così come è successo per il teatro di prosa” chi accetterebbe oggi uno Shakespeare recitato come si faceva sessant’anni fa?”Renato Verga.
      il pubblico dell’opera sta cambiando ed è in continua evoluzione

  39. Personalmente non provo molto interesse per l’opera in generale,
    non mi sento coinvolta particolarmente in questo contesto perchè viene rappresentato un mondo troppo lontano dal mio e che non mi affascina.
    Nonostante questo però mi sento di dire che proprio per questo motivo a me piacerebbe poter andare a vedere opere rese in chiave moderna perchè credo che il fascino stia anche e proprio in questo,il saper attirare e catturare l’attenzione anche attraverso la novità,il fatto di riuscire a stravolgere un qualcosa di antico in un qualcosa di più moderno ma cercando di non perdere di vista la chiave centrale dell’opera.
    Secondo me l’obiettivo principale del rendere “moderno” un qualcosa di antico non dovrebbe essere quello di stravolgere ma quello di arrivare a un fine preciso,
    che possa trasmettere qualcosa.
    Per fare un esempio,quest’anno c’è stata la rappresentazione di “Macbeth” di Verdi resa in chiave moderna al teatro alla Scala,spesso anche ciò che noi riteniamo molto distante da noi,può essere preso e modernizzato secondo anche come potrebbe essere vissuto in quest’epoca ai giorni nostri,
    è questo che secondo me rende ancora più accattivante un’opera,
    anche per chi magari si sente lontano da questo mondo.
    Quest’opera appunto modernizzata ha riscontrato molto successo ma anche molto dibattito,
    questo perché ogni volta che viene portata un po’ di novità ci si mette sempre un po’ a cercare di elaborare e a cercare di crearsi una propria opinione personale.
    A me piace l’idea di poter vedere un’opera magari antica rivisitata più volte da più artisti per vederne anche i vari punti di vista,
    le varie idee,
    per esempio nel Macbeth di Verdi anche i costumi erano moderni,
    ma ci possono essere anche tante altre idee che possono essere utilizzate in questo ambito.
    Per concludere non penso che l’andare a modernizzare un’opera, rende l’opera più banale,meno seria oppure non penso che non porti rispetto alla realizzazione originale,
    anzi,
    un’opera resa in chiave moderna,se fatta con il giusto equilibrio di novità e aggiunte stilistiche pertinenti potrebbe creare anche un capolavoro,
    quindi andremmo poi ad ottenere due capolavori con punti di vista differenti.

    • Marcello Tresoldi

      Successivamente alla prima del Macbeth di Giuseppe Verdi alla scala di Milano si sono creati numerosi dibattiti sulla correttezza o meno di modernizzare il contesto storico dell’opera e sull’eccessiva, in alcuni casi, reinterpretazione del regista, costringendo lo spettatore ad avere una preimpostata e vincolante visione generale. Difatti nella contemporaneità di Shakespeare non vi erano regole Ferree, bensì semplici linee guida che permettevano all’usurfruitore di decidere come meglio ritenesse per il suo estro fantasioso lo svolgimento dell’opera; ed effettivamente l’oppressione registica può portare ad una nausea o un maggiore interesse nello spettatore. Purtroppo la riuscita o meno dell’opera da questo aspetto è dettata dal caso e dal gusto personale. Contrariamente invece è la questione della modernizzazione del contesto. Citando Bauman il progresso e l’evoluzione è tutto, si creerebbe altrimenti una situazione di stallo artistico e sociale. Ciò non comporta però un disfacimento dell’opera artistica. È difatti impossibile rapportare un’opera passata in un contesto moderno. Ogni opera d’arte, in ambito musicale o meno, riflette la mentalità, cultura, usi e costumi dell’epoca, ovviamente lontani anni luce da quelli attuali, soprattutto dopo il fenomeno della globalizzazione che ha colpito il secolo scorso. L’opera risulta barcollante, senza un vero senso logico; un prodotto artistico del 17simo secolo, per esempio, dovrà riportate i costumi e le scenografie di quel periodo. Vi sono varie eccezioni di artisti che hanno preceduto correnti filosofiche e sociali anche di alcuni secoli, ma non vi sarebbe la necessità di inserire toni moderni all’interno poiché già li posseggono. Con ciò non voglio escludere l’importanza dell’innovazione. Se però si rincorre la necessità di separarsi dal passato si deve creare un nuovo linguaggio artistico, che permetta di riflettere gli ideali contemporanei; modernizzare l’antico, senza una struttura logica o un filo conduttore artistico, risulta solamente spaesante e disorientante.

  40. Sicuramente modernizzare opere storiche è ormai diventata una prassi più che utilizzata all’interno dei teatri, anche allo scopo di attirare una nuova fascia giovanile come pubblico.
    Basta ricordare che non molto tempo fa quando il Teatro Donizetti di Bergamo ha inaugurato la stagione dell’opera con l’Elisir d’Amore, di Donizetti, ha deciso di ambientarlo nei portici dell’attuale Bergamo.
    Io personalmente, grazie all’esperienza svolta in prima all’interno dell’orchestra del liceo, posso dire di aver conoscere la musica dell’Elisir d’amore, anche se ovviamente non interamente, quindi posso permettermi di dire che conosco molto bene quest’opera di Donizetti.
    Dunque potendomi definire sufficientemente competente riguardo questo argomento affermo che l’opera “modernizzata” non ha nulla da invidiare a qualsiasi altra opera nella quale invece si è scelto di mantenere una sceneggiatura, dei contesti, costumi e trucchi coerenti con l’epoca alla quale appartengono.
    Tuttavia “modernizzare” può essere per certi versi considerata anch’essa un’arte e come tale si deve essere in grado di saperla maneggiare.

    La modernizzazione, non solo nell’opera, ma anche in tantissimi, numerosissimi altri ambienti artistici, scientifici eccetera… è una pratica ormai conosciuta da tutti, ma forse non da tutti studiata.
    Cioè, con ciò intendo dire che, per modernizzare qualsiasi tipologia di spettacolo o qualsiasi altra cosa, si deve essere in grado di comprendere il come e il quando, perché effettivamente come disse Montesquieu “Finché non abbiamo letto tutti i libri antichi, non c’è ragione di preferire i moderni”.

    A mio parere questa affermazione sta a indicare che si deve possedere un’estrema conoscenza del passato prima di potersi permettere di sognare il futuro.
    Questo perché come tutti noi prima di correre iniziamo a camminare, prima di scrivere apprendiamo l’alfabeto, prima di suonare studiamo come leggere la musica, allora anche prima di modernizzare dobbiamo conoscere ogni sfumatura che l’opera può mostrare al proprio pubblico.
    Affermando questo, non voglio contraddire ciò che ho precedentemente detto, anzi la mia intenzione è quella di spiegare che apprezzo, ammiro, trovo geniale e importante la modernizzazione di un’opera che ritengo necessario esplicitare anche quanto delicata sia questa prassi attuata in qualsiasi contesto.

  41. Pietro Morzenti

    La realtà di oggi è una realtà dove non esiste il presente. Al massimo esiste “il più recente”. Tanti slogan vediamo: “nuovissimo, ultima generazione,…”. Ma è davvero così o è semplicemente il prodotto più recente tra tutti quelli che appartengono al passato. La velocità di fruizione e disponibilità dei prodotti che la tecnologia ha introdotto nelle nostre vite non ci da la possibilità di vivere il presente con concretezza. E allora l’autentico cosa è? Secondo me l’autentico va inteso come dinamica opera in divenire e non come oggettivo tabernacolo permanente. La musica nuova, la musica concreta risiede in un parco artificiale dove solo qualche eletto personaggio può accedervi per giustificare i suoi amatoriali sperimenti in laboratorio. La musica nuova non è un elemento che attrae, e allora la gente, con l’istinto della sopravvivenza, va dove qualche architetto sa comporre con i cocci del passato affascinanti dimore del presente. E allora non mi resta che confermare l’idea che osar uscire dal campo semantico che contestualizza un’opera sia un gesto nient’altro che auto-distruttivo per l’intoccabilità che cristallizza i grandi classici che avrebbero tanto da insegnare ad una società consumistica e di facile presa come quella di oggi.

  42. Corinne Mazzucotelli

    Rispondendo ad Agata, sono in parte d’accordo con quanto hai scritto. il fatto di modernizzare un’opera non deve diventare un modo per far conoscere le opere originarie antiche ai giovani perchè far ciò significherebbe modificarla, prendere il posto del compositore stesso. è’ importante partire dalla consapevolezza dell’importanza di tali lavori e, solo in un secondo momento, entrare in contatto con queste letture nuove.
    Come hai detto tu, nessuno si permetterebbe di riscrivere la Divina Commedia utilizzando l’italiano di oggi, ma se guardi in rete, numerose sono le “rivisitazioni” moderne di questa commedia: c’è chi ha preso un canto specifico (magari significativo) e ha costruito una canzone, uno spettacolo o altro, sempre tenendo presente quali fossero le intenzioni di Dante e senza snaturarne i significati.

    “Al rispetto spesso sconsiderato per le antiche leggi, le antiche usanze e l’antica religione dobbiamo tutto il male di questo mondo.”
    (Georg Christoph Lichtenberg)
    questa citazione racchiude in sé un grande messaggio: il fatto di considerare inviolabile tutto ciò che riguarda il passato, può rivelarsi dannoso. E’ importante progredire custodendo sempre la consapevolezza ed il ricordo di ciò che è stato prima di noi.

  43. Laura D'oriente

    E’ producente o controproducente unire antico e moderno? Dipende come lo si fa. Stravolgere un’opera significherebbe eliminare l’atmosfera dell’antico, di un’epoca lontana dalla nostra, affascinante, appunto perchè passata. L’opera può ricevere cambiamenti, rimanendo nel contesto, possono essere i costumi, la scenografia resa più moderna, ma non eliminando l’atmosfera dell’antico. Un’opera che ho apprezzato è “Pietro il grande, zar delle Russie”, con regia e scene di Marco Paciotti e Lorenzo Pasquali, costumi di K.B. Project. E’ ambientato in un luogo ed un’epoca indefinita. Viene contrapposta la regia moderna con una regia tradizionale, che devono essere in grado di valorizzare il dramma e non snaturarlo. Questo lavoro ha molti pareri contrastanti.
    Guy Cherqui afferma “Marco Paciotti e Lorenzo Pasquali non fanno nulla. Sono a capo di Ondadurto-Teatro, un teatro dedicato a nuove forme di spettacolo… Hanno costruito un universo a metà strada tra burattini e cartone animato, pieno dei colori dell’infanzia… Illustrano semplicemente la trama in modo letterale e superficiale”.
    Io come spettatrice l’ho apprezzato, i costumi erano molto colorati che lasciavano lo stesso stupore dei costumi tradizionali. Si notavano le differenze tra un personaggio e l’altro, la musica mantiene l’aspetto tradizionale. La cosa che più mi ha colpita è il fatto che non mi sono mai annoiata, nonostante la lunghezza dell’opera.
    Riuscire a mantenere l’attenzione degli spettatori, sapendo che l’opera non è cosa facile da guardare date le ore di concentrazione, è l’aspetto più importante secondo me. Bisogna essere capaci a unire antico e moderno, senza perdere lo stupore che può offrire l’epoca in cui è ambientata. Si deve essere capaci di mantenere una coerenza con il passato, senza esagerare.

  44. All’inizio pensavo che le opere dovessero essere fatte solo seguendo la ‘tradizione’, utilizzando costumi e oggetti tipici dell’epoca del compositore.
    Mi ricordo quando sono andato, circa due anni fa, a vedere un’opera di Donizetti: ero uscito dal teatro un po’ deluso perché avevano utilizzato una scenografia un po’ più moderna.
    Non potevo accattare il fatto che un’opera del passato potesse essere letta in una chiave moderna.
    Pian piano, però, i miei gusti sono cambiati e, continuando il mio studio approfondito dello strumento, mi sono imbattuto in stili differenti.
    Sono arrivato alla conclusione, quindi, che non ci sia una parte più giusta dell’altra: entrambe sono valide.
    Credo, però, che ciò che ti trasmette l’opera in quel momento sia la cosa più importante.
    Io vado a teatro per emozionarmi: dare più attenzione a particolari come ‘il vestito della protagonista è troppo moderno’ oppure ‘la scenografia è troppo all’antica’ non mi interessa perché se non c’è emozione è tutto inutile.
    Non sto dicendo che adesso dobbiamo abolire le scenografie o i costumi ma essere troppo minuziosi secondo me è esagerato.
    A mio parere, il teatro deve essere un luogo in cui tu puoi emozionare nel bene o nel male.

  45. Pensando alla citazione “Torniamo all’antico e sarà un progresso” di Giuseppe Verdi, mi viene in mente un grande esempio di relazione fra epoca barocca ed epoca moderna: il “Concerto grosso per i New Trolls” composto nel 1971 dall’argentino Luis Enriquez Bacalov.
    Egli volle creare un vero e proprio concerto grosso secentesco tipico della musica barocca italiana, con un dialogo tra l’orchestra (ripieno o tutti) e un gruppo di solisti (concertino o soli).
    Bacalov affidò però la parte di concertino al gruppo rock italiano dei New Trolls, inserendo così un importante elemento di novità e modernità.
    Questo concerto, nato originariamente come colonna sonora per il film “La vittima designata” di Maurizio Lucidi, ebbe un tale successo che divenne uno dei dischi rock più venduti, con oltre 800 mila copie.
    Questo a dimostrazione di come un dialogo fra antico e moderno possa avere risultati vincenti.

  46. La parola “modernizzare” significa rendere moderno, adattare al gusto e alla sensibilità moderna qualcosa di già esistente.
    Quanti registi, al giorno d’oggi, decidono di portare in scena i grandi classici dell’opera in chiave moderna? Ne è un esempio il Macbeth di Verdi, rappresentata questo mese al Teatro alla Scala di Milano su regia di Davide Livermore. Questa interpretazione ha suscitato molto scalpore: la regia è stata considerata da molti troppo “innovativa e cinematografica”, nonostante i 12 minuti di applausi al termine dello spettacolo.
    Ormai da tempo c’è una netta separazione fra pubblico a favore e contro a queste nuove interpretazioni in chiavi moderne. Ma perché questo? Basta pensare all’importanza che ha oggi la regia all’interno del teatro: mentre prima lo scopo primario era l’intrattenimento a scopo informativo/divulgativo, ora le persone che vanno ad assistere ad un’opera teatrale generalmente sono già a conoscenza della trama e cercano un elemento di novità dal punto di vista della messinscena.
    Ed è qui che entrano in gioco i registi, proprio come Livermore ha fatto inserendo elementi tecnologici e ambientando la storia in un mondo distopico. Tutto ciò per dimostrare l’attualità degli argomenti trattati, coerenti anche se trasportati in diverse epoche e ambienti.
    Personalmente ritengo fondamentali questi tratti di innovazione, ma penso che non debbano essere a discapito della partitura, bensì in virtù di essa. La scenografia e la regia in generale non dovrebbero nascondere la musica ma aiutarla ad emergere per essere apprezzata dal pubblico dei nostri giorni, sempre più esigente.

    • Alessandra Zibetti

      Nulla è più pericoloso di un’idea, quando è l’unica che abbiamo.
      (Émile-Auguste Chartier)

      Mi trovo in accordo con il commento di Lisa.
      Questa voglia di modernizzare e cambiare i contesti deve essere solo per scopo “migliorativo” dell’opera.

      Al giorno d’oggi abbiamo a disposizione una moltitudine di strumenti che può permetterci di ampliare progetti passati.
      Penso che si debba essere disposti, con l’avanzare degli anni e dello sviluppo della società, a cambiare visioni e ad accettare nuove reinterpretazioni delle opere.

      Molte volte utilizzare un contesto più moderno in un’opera originariamente ambientata in un tempo diverso, porta l’uomo a riflettere su come dinamiche passate possano essere ugualmente portate in scena in ambienti contemporanei e rende più diretta la comprensione di alcuni messaggi che si vogliono trasmettere.

  47. D) Ai tempi di Shakespeare non c’erano scene ma semplici indicazioni.. lo spettatore ci metteva la sua fantasia… Adesso i registi si preoccupano solo della loro fantasia spesso troppo invasiva e non stimolante e condizionante per chi guarda …

    Volevo riprendere questo commento perché trovo che sia davvero interessante.
    Spesso troviamo delle scenografie che rispecchiano i gusti dello scenografo e non danno spazio alla propria mente di viaggiare.
    Lasciare spazio allo spettatore di utilizzare la proprio fantasia e, perché no, anche emozionarsi, secondo me, rende l’opera più magica.
    A volte, con la pretesa di rispettare il contesto dell’opera, si perde l’obiettivo finale dell’opera: immedesimarsi ed emozionarsi.
    Concludo dicendo che un regista deve mettere in una condizione confortabile lo spettatore di poter viaggiare lontano con la propria fantasia e non costringerlo a rimanere nelle quattro mura del teatro.

  48. Federica Marino

    Quest’anno finalmente dopo la riapertura post-covid del Teatro Donizetti, ho avuto il piacere di vedere la prima del “L’Elisir d’amore” di Donizetti. Quest’ultima appunto è un’opera del 1800, che è stata allestita con una scenografia molto moderna (cioè l’immagine del teatro Donizetti sullo sfondo), pochi oggetti di scena, solo i più essenziali; e costumi molto stravaganti, particolari e moderni. E credo che possa essere un esempio molto vivo per quanto riguarda il dibattito che si sta avendo sulla rielaborazione in chiave più moderna di opere antiche.
    Io non riesco a prendere una ferma posizione su questo dibattito, poiché il mio pensiero si divide ad un bivio: da una parte credo sia molto bello il cercare di avvicinare le opere classiche e antiche alla modernità, ai giorni d’oggi, ambientandola in posti o società attuali, per cercare di avvicinare i giovani all’antico; dall’altra invece credo che non si debba andare troppo a snaturare la bellezza di un opera che è stata creata così per come è, perché le opere conservano la loro vera bellezza se vengono viste e rappresentate nel modo giusto.
    Come si suol dire anche quando si parla di patrimonio culturale, un’opera perde il proprio valore, la propria importanza, se variata o spostata dal proprio contesto storico, perché proprio grazie alla sua storia, a quel contesto, ha assunto quel valore.
    Secondo i miei gusti, perciò, la rielaborazione dei costumi e della scenografia, può essere fatta, ma senza andare a modificare troppo il senso stesso dell’opera, senza renderla banale e stupida sotto quei punti di vista.

  49. Chigioni Samuel Alex

    Credo che questa questione si una questione molto soggettiva, che tocca ognuno di noi in modo differente.
    Ognuno ha idee e concezioni differenti.
    Quanto è importante mantenere un qualcosa nel tempo, senza cambiarlo e soprattutto senza cambiarne il significato e ciò che arriva a noi?
    La mia risposta è molto, ma ce modo e modo. La modernizzazione è inevitabile, ed è stata inevitabile.
    Ma nel moderno ci sono passi di antico , ed eventi, opere, figure, vicende passate.
    Credo che nel moderno ci sia molto antico, e che anche nell’antico siamo in grado di vedere delle forme di moderno.

    Per questo dico che ce modo e modo: si, vero che come in questo caso, un opera cosi importante e significativa, ambientata con grande modernità, per molti può perdere senso e significato, ma invece per molti ne può acquisire altrettanto e può esaltare ancora di più tutti quei valori che vengono trasmessi e presentati. Se tutto viene fatto in modo equilibrato, senza esasperare troppo alcuni ambiti o aspetti cosi facendone nascondere altri, i messaggi e i significati restano intatti qualunque sia l’era o l’ambientazione.

    Un opera è un opera, e ciò che si porta dietro è quello che si è voluto attribuire ad essa e che cosi è stato per anni e anni. Inutile dire pero, in contrapposizione a tutto questo, che ha molto valore anche assistere ad un opera o ad uno spettacolo teatrale quale sia, come se fosse la prima di essa, con i modi, i personaggi, le abitudini di un tempo, per farci anche un idea di come era prima e di come siamo adesso, sia noi come comunità, ciò che abbiamo creato e come ci siamo evoluti, sia noi come singoli, ovvero come è cambiata la nostra percezione e visione di fatti realmente accaduti o varie vicende storiche che hanno costruito il nostro ‘ moderno’.

    Riprendo una citazione sopra riportata, da cui son partito per effettuare questo mio ragionamento:
    C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole, anzi d’antico. — Giovanni Pascoli

    Il sole, che ce da sempre e ha visto tutto, è sempre lo stesso ed è rimasto uguale, sia quando i tempi erano molto più arretrati sia ora, dove il mondo è totalmente diverso, e in esso, che ogni giorno sorge come nuovo, troviamo un antichità, come nel moderno ne troviamo altrettant, anche se ‘moderno’ per l’appunto.

  50. Federica Marino

    Mi sento anche di rispondere al commento di una compagna, riguardante il fatto che anche gli artisti stessi molte volte erano obbligati a cambiare l’ambientazione delle proprie opere, mettendo come contesto storico uno passato o uno futuro, per non rischiare la censura della propria opera; come ad esempio faceva lo scrittore Alessandro Manzoni, o il pittore Francesco Hayez e come sono stati costretti a fare tantissimi altri artisti.
    Questa azione per me può essere considerata parte del processo creativo dell’artista, quindi parte delle sue idee di partenza, parte dell’opera stessa, intrinseca ad essa. E perciò non centra con il rielaborare la scenografia e i costumi in chiave moderna; anche perché molte volte non veniva fatto per gusto o perché lo si voleva avvicinare alla modernità, ma proprio il contrario, erano obbligati a cambiarle perché molte volte se avessero ambientato le proprie opere nel loro periodo, avrebbero riscontrato molte critiche e dissensi, e la censura. Anche perché molte opere di quel periodo erano di carattere critico politico.

  51. Paolo Mantovani

    A mio parere gli aspetti moderni di un’opera e gli aspetti tradizionali che fanno da pilastro nella composizione operistica debbano vivere una sorta di simbiosi. il problema sta nel fatto che la presenza di elementi di modernizzazione non sempre è creatrice di problemi; come del resto si può verificare che la prassi contestuale dell’opera classica alla lunga possa stancare; secondo me è vero che alcuni elementi di un’opera possano essere intramontabili e insostituibili; ma non capisco comunque l’astio creatosi per l’utilizzo di tecnologie e contesti moderni nel mondo dell’opera. è vero anche però che questa è una questione delicata e/0 completamente soggettiva e , dato che in questa sede mi è concessa l’opportunità di esprimere un parere, dirò la mia: io penso che indipendentemente da qualsiasi forma di espressione artistica e musicali si tratti, la musica è evoluzione….la musica ha sempre necessitato un evoluzione, potrei fare mille esempi per poter confermare la mia affermazione; la musica è cambiata nel tempo, e di conseguenza anche la prassi compositiva, i modi di realizzazione, il metodo di scrittura, le ambientazioni i contesti, i personaggi gli strumenti e il ruolo della musica stessa; il mito dell’essere ottusamente conservatori è sbagliato alla radice, perchè la modernizzazione non è e non deve essere un intervento che va a snaturare la natura ed i significati dell’opera, ma piuttosto un motivo per poter migliorare aspetti dell’opera che sono ormai “obsoleti”

    • Lorenzo Cortinovis

      Sono d’accordo con te, Paolo. Possiamo rimanere conservatori quanto vuoi anche se un minimo di tradizione bisogna mantenerla. Come ben sai sono un appassionato di musica Jazz, adoro ascoltare periodi ben diversi e alcune volte cose ben estreme come l’album “Bitches Brew” di Miles Davis (Lui diceva questa frase:”Prima lo suono, poi ti dico cos’è”). Sarebbe interessante anche per chi come me non ama l’opera vedere all’interno un qualcosa di innovativo, come il cambio di uno strumento per uno più moderno o evoluto. Giusto per fare un esempio, l’utilizzo di un sintetizzatori (o un Fender Rhodes), luci e qualche effetto, magari, potrebbe catturare l’attenzioni di alcuni giovani appassionati di musica. se dovessero adattare un’opera in questa maniera senza travolgerla, andrei subito a vederla per vedere se la mia idea poteva essere accattivante oppure no.

  52. Paolo Mantovani

    il discorso è ovviamente partito dall’articolo sul Mcbeth di Giuseppe Verdi che, ha portato a degli scambi di opinione che hanno sollevato diversi dubbi anche legati alla morale del cambiamento ed in un certo senso di etica. il tema del cambiamento è sempre stato un argomento abbastanza ostico, soprattutto per un genere così di nicchia coma la musica classica. durante il mio percorso scolastico ho avuto l’opportunità di potermi confrontare su questo discorso con diversi professori e compagni di classe; il cambiamento in musica non è mai qualcosa di immediato e di scontato, talvolta richiede del tempo…mi viene in mente la storia della musica elettronica; in questo caso il processo di cambiamento non è stato rapido ed indolore, ma bensì l’ascoltatore ha dovuto maturare e costruirsi un orecchio per poter comprende la musica da loro proposta; altre analogie possono essere tante; l’unica lancia che mi sento di spezzare in favore del cambiamento è che non debba essere cosi drastico da snaturare il valore dell’opera. se il cambiamento permette di portare delle modifiche opportune e che possano anche modernizzare l’opera allora ben venga, ma se il cambiamento è inteso come un metodo drastico che va a togliere i significati portanti della nostra letteratura operistica, allora non lo ritengo necessario.

    in sintesi il cambiamento del contesto dell’opera Mcbeth di Giuseppe Verdi non lo trovo uno scandalo ma bensì un espediente importante per poter portare un po’ di aria fresca ad una scena scena satura e completa come quella operistica.

  53. Andrea Seghezzi

    Un Macbeth onirico, ambientato in una realtà distopica, una sorta di Inception di Christopher Nolan,
    in cui le prospettive si auto generano in maniera sempre diversa, tortuosa. Fin dalle prime immagini è
    stato subito chiaro a cosa si riferiva il regista Davide Livermore quando, intervistato da Repubblica,
    parlava della sua intenzione di dare allo spettatore un'esperienza di realtà aumentata: "Una vertigine
    a cui gli appassionati di videogame sono abituati". E per fare questo Livermore ha fatto ricorso ad
    una tecnologia avanzata: "L'uso del ledwall, quindi una superficie virtuale, con elementi architettonici
    reali. Microcamere che si insinuano all'interno della scenografia, nelle sue pieghe". Con questa messa
    in scena l’opera lirica a mio avviso entra a pieni titoli nel futuro. I temi presenti rimangono sempre gli
    stessi: invidia, gelosia, rabbia, smania di potere, cambia il modo di rappresentarli. Questo è un modo
    decisamente più vicino alle nuove generazioni, più nelle loro corde, dove si ritrovano… dove ritrovano la
    realtà di tutti i giorni. L’opera lirica è al contempo teatro, musica e canto: un palcoscenico sul quale gli
    attori hanno recitato, ballato, cantato. Non è la prima opera che viene messa in scena in chiave moderna
    e questa scelta ha sempre suscitato dibatti, tra chi ama l’opera nel suo contesto storico e chi invece
    apprezza la rivisitazione in chiave moderna. Penso sia una questione di gusti che divide le generazioni.

  54. brayan panneerselvam

    secondo me questa è davvero una questione personale, perché ogni persona può vederla in maniera differente. secondo me la modernizzazione è molto importante percje è stata come una rivoluzione ma nella quale ci sono sempre delle tracce del passato.
    per moltissima gente verte opere non dovrebbero essere modernizzate ma io penso che non ci sia niente di male a perché anzi per molti può dar molti più punti per ragionare e comprendere. l’importante che non si esageri e sia fatto tutto in modo equilibrato.

  55. Lorenzo Cortinovis

    Non sono un appassionato di opera, tanto che non mi ricordo neanche come era intitolata l’unica che ho visto. Mi trovo in mezzo a due strade quando bisogna dare un’opinione sull’evoluzione della musica. Sono un appassionato se non sfegatato di musica jazz, il genere che a parer mio che più si addice all’evoluzione, infatti si dice che sia contaminazione pura. Basta vedere la nascita del free jazz per vedere questo aspetto, quindi in questo caso l'”assenza” di armonia e la completa libertà nell’improvvisazione. D’altro canto è anche vero che non si può stravolgere la tradizione, sempre rimanendo in tema jazzistico, come la Big Band di Count Basie che secondo me è la vera Big Band, anche perché è inimitabile.
    Ciò per dire e mi riferisco alla citazione del grande Giuseppe Verdi, (Torniamo al antico e sarà un progresso) possiamo implementare effetti digitali, rumori, armonie sempre più estreme, ma stravolgere un classico che ha fatto la storia della musica oltre ad essere un peccato significa non aver capito quello che l’autore pensava. Infatti le Big Band di adesso, pur ponendo musica secondo meno da ballo e con arrangiamenti più moderni che alcune volte possono stufare, le orchestre jazz di adesso cercano di rifarsi a quelle di Basie.

  56. brayan panneerselvam

    la musica come ben si sa è cambiata tantissimo rispetto alla musica antica.
    come ho sottolineato nel commento precedente per certe persone può essere un fatto positivo per altre persone può essere un fatto negativo ma ovviamente c’è da dire che è cambiato perché gli strumenti si sono innovati e vari pensieri sono cambiati, anche solo il voler esprimere un pensiero diverso da quello che si voleva esprimere tempo fa.
    come ben tutti sanno, a me piace molto la trap e li è utilizzata tantissimo la tecnologia. c’è l’uso dell’autotune ovvero la correzione di imprecisioni durante la registrazione. anche se la trap è molto diversa e c’è appunto l’uso della tecnologia c’è da dire che anche la musica classica non ha perso il suo fascino per certe persone. pascoli nella citazione messa da lei sopra dice : “C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole, anzi d’antico”. le forme musicali possono essere anche cambiate ma si ricavano sempre dalle forme antiche quindi non sarà mai dimenticata ma cambiata per come servirà.

  57. Francesco Fasolini

    “Torniamo all’antico e sarà un progresso”(Giuseppe Verdi).
    Questo non è un principio di inerzia, ma in realtà rappresenta un po’ anche lo stile di vita di Verdi e di un modello italiano di impegno politico e morale che forse è cominciato proprio con Verdi. Non a caso è considerato il più patriottico dei compositori italiani. Io non mi trovo totalmente d’accordo con questa citazione, anche se condivido comunque alcuni aspetti. Io mi trovo d’accordo con coloro che favoriscono a “modernizzare” l’opera lirica così da interessare nuove e più giovanili fasce di pubblico. Questo però non significa che si possa stravolgere l’opera o la musica poiché a mio avviso sarebbe disastroso e dannoso. La sintesi del problema non va cercata nell’eterno dilemma, secondo me senza una risposta corretta, se sia meglio seguire la tradizione o l’innovazione nel concepire uno spettacolo d’opera, ma nel dar giusta importanza a tutte le componenti che contraddistinguono il melodramma.

  58. Alessandra Zibetti

    L’Arte non può essere moderna, l’Arte appartiene all’eternità.
    (Egon Von Schiele)

    Al giorno d’oggi siamo abituati a vedere un cambio di contesto in tutte le opere che vengono rappresentate

    Siamo quindi portati a chiederci se sia strettamente necessario rivoluzionare in modo così esponenziale caratteristiche di composizioni che sono rimaste tali per secoli.

    Per puro gusto personale apprezzo maggiormente le rappresentazioni di opere che si attengono al contesto originale.
    Trovo infatti che avere una visuale generale del periodo di composizione possa aiutare a mettere a fuoco gli scopi principali e le dinamiche che l’autore vuole comunicare attraverso la sua opera.

    Possiamo però notare come negli ultimi anni questa innovazione nelle rappresentazioni operistiche abbia preso sempre più piede.
    La continua scelta di tale tipologia di rappresentazione porta a pensare che si abbia un riscontro positivo da parte della critica e del pubblico.
    Bisogna inoltre tenere in considerazione lo studio e gli eventuali anni di esperienza che portano, chi allestisce un’opera di questo tipo, a fare determinate scelte, è fondamentale avere studi approfonditi sull’origine di questo ambito per poterlo rivoluzionare al meglio.

  59. sentiamo parlare di innovazione, qualcosa che appare così diversa e lontana dall’antico e, quindi, dalla tradizione.
    Il concetto di innovazione, infatti, viene accostato all’idea di novità, di superamento e cambiamento: in un certo senso è visto come un “allontanamento” dalla tradizione.
    Tuttavia, tradizione e innovazione non sono poi così lontane: l’innovazione consiste nel trovare nuove soluzioni a problemi noti e nel ricombinare in modo nuovo elementi già esistenti.(Joseph Schumpeter)

  60. Francesco Fasolini

    Modernizzare la musica, soprattutto quella classica, non è mai stato facile. Sicuramente per un cambiamento c’è bisogno di tempo e soprattutto non ci si può aspettare che avvenga in modo repentino. Uno dei temi affrontati quest’anno e che secondo me si può collegare a questo argomento è il tema riguardante i restauri sulle architetture. Nell’ottocento emergono le figure di Violette Le Duc e di John Ruskin che pongono due soluzioni al problema dei restauri, ma completamente diverse tra loro. Il primo pensava che non fosse importante ricostruire ma rigenerare l’atmosfera che un edificio doveva trasmettere e quindi si sente autorizzato a snaturarlo. Il secondo invece rifiuta uno stile di restauro e pensa che quando la funzionalità dell’edificio va scemando bisogna abbandonarlo e lasciarlo morire. Io come enunciato nel commento precedente non riesco a schierarmi in nessuna delle due parti dato che sono favorevole al cambiamento ma a patto che non vada a stravolgere il peso e il prestigio dell’opera.

  61. Il mio pensiero negli ultimi anni è molto cambiato, infatti apprezzavo solamente le opere fedeli alla tradizione di costumi tipici dell’epoca del compositore. Un esempio che ho visto è l’opera del Flauto magico, famosissima ma in chiave moderna. Appena vista non l’ho apprezzata, anzi, ero abbastanza delusa. Riflettendoci ho capito che le opere ricreate in chiave moderna possono essere apprezzate e possono soprattutto si possono creare moltissime nuove interpretazioni della stessa storia, facendo viaggiare la fantasia.
    Personalmente credo che entrambe siano valide come chiavi di lettura. Per esempio nella scelta dei costumi, per me le opere con costumi antichi hanno un certo fascino, invece quelli modernizzati, hanno sempre qualcosa di nuovo e interessante da raccontare

  62. Denis Rraboshta

    A livello sociale mi è capitato altre volte di imbattermi in questo comportamento antiradicale nei confronti delle novità, che venivano presentate alla community teatrale. Sinceramente do poche spiegazioni a ciò. Ovviamente un qualcosa di nuovo, in questo caso una modernizzazione, non può sempre rientrare nei gusti di tutti; ciò dipende soltanto dal punto di vista dell’osservatore e con quali intenzioni esso intende guardare l’opera.
    Nel primo caso si avrà probabilmente uno spettatore con delle aspettative già prefissate che vanno ad ambire il mondo antico.
    Nel secondo caso lo spettatore cercherà di approcciarsi il più possibile all’opera stessa e al suo contesto, senza avere aspettative, ma cercando un nuovo pensiero e con esso dei valori differenti che potranno anch’essi essere apprezzati una volta compresi. Questa era solo un’osservazione personale sul come la gente che va a teatro si approccia a ciò che la aspetta.

  63. Ludovica Bettinelli

    “TUTTO CIO’ CHE E’ MODERNO VIENE, PRIMA O POI, SUPERATO”, così afferma OSCAR WILDE, scrittore e drammaturgo esponente dell’estetismo e del decadentismo britannico. Un assunto sicuramente ricco di spunti, dai quali far scaturire riflessioni articolate e assai disomogenee. Se volessimo sconfinare in particolare nell arte, potremmo dire che essa, declinata in tutte le sue forme (musica, pittura, danza..), si fa da sempre paladina delle istanze, dei desideri, dei sogni e delle confutazioni che muovono l’animo di interi popoli vissuti in precise epoche storiche (siano esse Barocco, Romanticismo, Positivismo…).

    Ed ecco il nodo della questione: POSSO LE ISTANZE E I DESIDERI DEGLI UOMINI APPARTENENTI A EPOCHE COSI’ DIVERSE E LONTANE DALLA NOSTRA, ESSERE MUTUATI DALL’ARTE ATTRAVERSO CANONI E PARADIGMI INTERPRETATIVI MODERNI?

    Molti sono i critici che hanno ragionato sulla questione “modernità nell’antichità” in termini di una querelle che da sempre divide le generazioni.
    Come hanno spiegato ERICA e ANDREA molti e assai diversificati sono i ritrovati che artisti ed intellettuali vanno delineando nei secoli: da una parte c’è chi, arroccato su una posizione classicista e conservatrice, promuove l’idea di un’opera che adempie al progetto del compositore in ogni sua parte; dall’altra parte troviamo l’artista moderno, che si fa invece paladino di un’ insistente ed insista ricerca di innovazione.

    Se volessimo tentare una risposta alla domanda, ormai retorica, dovremmo sicuramente individuare una chiave interpretativa dell’arte che faccia da denominatore comune alla nostra riflessione.Essa trova linfa vitale nell’ aforisma che apre il commento e che delinea un’idea di SOCIETA’ IN CONTINUO DIVENIRE.
    Un ritrovato apparentemente filosofico, riconducibile al Pánta rheî d’Eraclito, ma che ha insito in sé un concetto assai più concreto: CIO’ CHE E’ MODERNO OGGI, E’ ANTICO DOMANI, CIO’ CHE E’ LA RIVOLUZIONE DI OGGI, E’ LA TRADIZIONE DI DOMANI.

    Ed ecco allora un primo assunto fondamentale: se è vero che spetta all’arte il compito di trasportare ad un livello di consapevolezza popolare determinati temi e istante che hanno connotato il contesto storico di cui sono figlie, ciò non significa che l’impresa non possa essere compiuta anche introducendo alcuni espedienti spiccatamente moderni capaci di generare interesse, purchè la finalità sia sempre la medesima.

    Se ne trova conferma in ambito musicale, si pensi ad esempio alla Medea in Corinto andata in scena al teatro Sociale di Bergamo e della quale ho avuto modo di partecipare all’Anteprima dedicata agli Under30.

    “Non vedrete la classica MEDEA IN CORINTO, le ambientazioni saranno al passo con i tempi e il punto di vista rovesciato. L’opera deve essere capace di far sentire al centro dell’attenzione lo spettatore e i suoi sentimenti più profondi…e allora questa sera, cari ragazzi, i protagonisti sarete voi”; così Francesco Micheli,Direttore Artistico del festival Donizetti Opera, ha aperto la serata. Dall’introduzione all’opera, breve ma esauriente, emerge appieno la risposta al nostro quesito: l’irruzione di una sfacciata modernità anche all’interno di un’opera musicale è ormai inevitabile; fondamentale è che, seppur con una regia più moderna, essa rimane però fedele all’intento originario dell’artista e che si faccia mezzo di veicolazione dei medesimi ideali.

    Concluderei con una citazione di UGO FOSCOLO,celebre poeta e scrittore italiano ai tempi del regime napoleonico, che da espressione più compiuta allo snodo argomentativo appena percorso:

    “L’ARTE NON CONSISTE NEL RAPPRESENTARE COSE NUOVE, MA BENSI’ NEL RAPPRESENTARLE CON NOVITA’.”

    • Giuseppe Bergamini

      mi trovo d’accordo con l’idea di Ludovica e penso che questo attaccamento al passato di molta gente, sia quasi una paura della modernità: molta gente si sente spaventato dal nuovo perchè non sa come l’altra gente potrà reagire e perchè porta le persone a staccarsi da ciò che si conosce e sperimentare nuove dimensioni dell’ atre, ma l’arte è e deve continuare a evolversi nel tempo per non rimanere bloccata nel tempo. Sono consapevole che quello che per noi è novità oggi sarà antico domani ma sono anche cosapevole che l’antico getti le basi per qualsiasi forma di espressione

  64. Noi ascoltatori abbiamo l’inconscia abitudine di pensare all’opera nella sua classica struttura drammaturgica, senza uscire troppo dagli schemi a noi familiari, ossia in relazione al contesto originario. In diversi casi però si è tentato un piccolo cambio di rotta, per rompere gli schemi mentali a cui inconsciamente andiamo incontro, ed è stata portata avanti la decisione di ambientare l’opera presa in considerazione in un contesto diverso da quello per cui era stata scritta. La contestualizzazione viene resa più fantasiosa andando a variare alcuni aspetti dalla contemporaneità della narrazione originaria. Il rischio a cui si va incontro, che è anche l’oggetto di molte critiche, è la banalizzazione dell’opera, come quasi se si volesse realizzare una parodia dell’opera originaria: non esiste una risposta precisa di fronte a questa critica, poiché la percezione dei messaggi e la buona o cattiva riuscita della loro trasmissione sono parametri di valutazione abbastanza soggettivi. L’esempio più vicino a noi è l’inaugurazione della stagione 2021 del teatro alla Scala, avvenuta con la rappresentazione del Macbeth di Giuseppe Verdi, criticata come “un eccesso di modernità”. A questo proposito il regista Davide Livermore risponde dicendo “L’opera deve parlare all’oggi e deve parlare alle persone vive perché prodotta dalle persone vive. Non è museo e noi dobbiamo capire che grazie all’opera possiamo approfondire la nostra esistenza”, sostenendo quindi che l’opera non debba rimanere ferma in sé stessa durante il corso dei secoli, ma debba evolversi di pari passo al contesto in cui vive l’uomo. Per mantenere l’integrità dell’opera è a mio parere impensabile apportare modifiche al libretto, né tantomeno alla musica, mentre invece l’ambientazione è l’aspetto più variabile. L’ambientazione è anche l’impatto più diretto che l’ascoltatore ha con l’intera opera, perché è innegabile l’importanza sensoriale della vista. Personalmente ritengo che l’ascoltatore che si trovi di fronte ad un’ambientazione nuova abbia a primo impatto un senso di straniamento, che potrebbe generare o una maggior curiosità e quindi di conseguenza ampliare l’attenzione nei confronti dell’intera rappresentazione, oppure generare uno straniamento tale da deviare l’attenzione. Io penso che il messaggio che una rappresentazione debba tramandare sia il medesimo nonostante la sua ambientazione, ciò che cambia è solamente l’atmosfera che viene creata attorno a questo messaggio. Cambiare l’ambientazione non mette in crisi la mentalità dell’autore, non può essere considerato come un “tradimento” nei confronti dell’originale, bensì può essere considerato come un aggiornamento alla modernità, senza tradire l’intima natura dell’opera e dell’artista.

  65. Personalmente ho avuto modo di assistere ad un’opera ambientata non nel contesto originale in cui era stata prevista, ma in un’ambientazione moderna; 2 anni fa infatti ho assistito alla rappresentazione di “Il viaggio a Reims” di Rossini. Alla vista della sceneggiatura moderna la soglia dell’attenzione si è notevolmente alzata non solo da parte mia, ma anche da parte degli altri ragazzi che erano con me alla rappresentazione. E’ un modo per far sentire l’opera più vicina a noi e al nostro mondo, per far passare dei messaggi più comprensibili che non quanto lo sarebbero con l’ambientazione originaria: essa era stata progettata infatti per l’epoca in cui era stata scritta, ma così come il contesto storico-sociale umano si è evoluto, così l’opera che segue e asseconda questo processo evolutivo sarà più attuale. Personalmente apprezzo questi tentativi di modernizzazione e mi piace assistere a queste opere perché la novità in questi contesti è sempre gradita; ammetto però la mia predilezione per le opere mantenute nel contesto originale perché mi piace immaginarle così, come se venissero rappresentate per la prima volta. Questo è un mio gusto personale, e nonostante ciò mantengo la mia idea che la modernizzazione dell’opera sia interessante e stimolante sebbene non sia un’opzione prediletta.

  66. Giorgia Chiappetta

    Quando ci si ferma si cessa di essere moderni. E’ come un fiume che non è più tale se cessa di scorrere, o il vento che non è più vento se cessa di soffiare. Modernizzare o modernizzarsi, significa cambiare continuamente cioè non accettare le cose così come sono e cambiarle.
    (Zygmunt Bauman)

    La rivisitazione in chiave moderna di un’opera è un male? Non riesco a dare una risposta precisa a ciò. Nella storia dell’Opera fino ad’ora sono state effettuate sperimentazioni e innovazioni, che hanno talvolta portato a uno snaturamento del soggetto iniziale ma sempre con il tentativo di rigenerare l’atmosfera che l’opera doveva trasmettere. Oggi la messinscena, piuttosto che l’opera in sé, assume un’importanza rilevante perché è il fattore che ha il compito di provocare l’emozione dello spettacolo. Riprendendo la citazione “Quando ci si ferma si cessa di essere moderni”, penso sia inevitabile dover porre dei cambiamenti perché il contesto in cui viviamo si evolve in continuazione, e qualche volta il fattore che modifica si rivela il chiarificatore di trame e situazioni, perché più vicino alla nostra realtà. È importante però che la scenografia non debba esistere in dispetto della partitura, ma in virtù di essa. Il moderno può essere il punto di svolta che connette l’ascoltatore al contesto dell’opera originale perché gli permette di capirlo, non deve essere visto come un aspetto da non prendere minimamente in considerazione. È anche vero che ci siano possibilità di “fraintendimenti”: quando alla partitura viene sovrapposta un’interpretazione che col pretesto di modernizzarla in realtà la fraintende. Riporto un esempio: a Salisburgo, qualche anno fa andò in scena il Flauto magico con la regia di Jens-Daniel Herzog e in quel caso Sarastro era il direttore di un manicomio criminale, disegnato come uno scienziato pazzo uscito dalla penna di Dürrenmatt. Qui l’attualizzazione distorceva un punto chiave del libretto, facendo del saggio e nobile Sarastro un pericoloso maniaco. In conclusione, la modernità non è né giusta né sbagliata, ma secondo me è inevitabile, sta poi nella sensibilità di ogni ascoltatore riuscire a cogliere o meno un’armonia tra ciò che vede e ciò che sente e in base a questo decidere ciò che meglio crede sia per l’opera in sé(come vediamo dai commenti proposti nel blog).

  67. Ultimamente per la rappresentazione di opere è più sempre frequente la scelta di mettere in scena rappresentazioni moderne, quindi tali per la scelta dei luoghi, dei mezzi, degli abiti e dell’arredamento. Una scelta analoga è stata fatta, per esempio, nella rappresentazione dell’opera di Verdi “Macbeth” in occasione della prima della scala.
    Qualche anno fa ho assistito al teatro Donizetti a “Viaggio a Reims” di Rossini proposto con un allestimento scenico moderno e ne sono rimasta molto delusa perché l’incongruenza tra testo e scena mi hanno destabilizzata impedendo così la concentrazione alla musica.
    Io sono contraria alla rivisitazione in chiave moderna delle opere. Secondo me nel momento in cui un compositore ha scritto della musica su una storia ha pensato a una precisa atmosfera e quindi a un determinato contesto storico che viene snaturato nel momento in cui lo si porta in un’altra epoca. Spesso ci sono delle incoerenze tra l‘interpretazione scenografica e il testo del libretto, come nel caso delle opere che all’interno della trama hanno degli avvenimenti storici realmente accaduti.
    Un’opera che sviluppa il libretto attorno a fatti storici reali è Tosca, di Puccini, in cui inizialmente si annuncia la vittoria delle truppe austriache su Napoleone, evento che origina il “Te Deum” alla fine del primo atto, e successivamente viene annunciato che invece è stato Napoleone a sconfiggere gli austriaci. Un racconto simile necessita di una particolare scenografia coerente con il momento storico menzionato, perché se raccontato in un ambiente riconducibile alla modernità perde di credibilità e significato.
    Un altro esempio che mi sento in dovere di fare è quello riguardante l’opera “Rigoletto”. L’opera parla di un buffone di corte con molti difetti fisici, primo di tutti il fatto di essere gobbo. Per questa ragione Rigoletto, padre di una figlia che ama più di sé stesso, è denigrato e preso in giro da tutti. Questo libretto all’epoca in cui fu scritto (1850 circa) aveva ragione di esistere perché ambientato in un’era in cui la società era divisa fra le persone belle, ricche e fortunate (come i cortigiani che si prendono gioco di Rigoletto) e le persone brutte, che vivono nella miseria e quindi condannate a un pessimo stile di vita. Oggi una divisione sociale del genere non esiste più, (o per lo meno non dovrebbe più esistere), perciò perché tentare di rendere moderno un tema che non è più all’ordine del giorno?
    Quindi, secondo me, un’opera, in tutti i suoi aspetti, ma soprattutto in quello scenografico, per essere il più fedele possibile all’opera che si era immaginato il compositore che l’ha prodotta, deve restare nel contesto storico in cui l’autore l’aveva pensata originariamente.

  68. Verdi con una semplice citazione riesce spiegare perfettamente quello che è il mio pensiero: “Torniamo all’antico e sarà un progresso”. Infatti io credo che se, oltre alla musica in sé che ricordo essere l’elemento più importante, sul palcoscenico si costruisce un’atmosfera riguardante il significato storico e simbolico dell’opera questa sarà apprezzata di più da chi la ascolta. Esempio, se nella rappresentazione della Bohème di Puccini si inserisce la Parigi del primo Novecento con la sua atmosfera povera e umile, il risultato sarà quello di un ascolto, da parte del pubblico, più presente rispetto a un ascolto della stessa opera ma con una sceneggiatura ambientata nella Parigi di questi anni, capitale della moda e del lusso. Questo perché la storia parla di quattro amici che svolgono lavori relativi al campo artistico (un pittore, un poeta, un cantante e un filosofo), ma che non gli permettono uno stile di vita adeguato, infatti non hanno neppure i soldi per pagare l’affitto. Con un libretto del genere la rivisitazione dell’opera in chiave moderna mi sembra complicata se non irrealizzabile.

  69. Salomèe Olama

    Parlando di musica invece si può dire che anche in questo contesto si hanno numerosissime canzoni antiche rese moderne,modernizzate grazie prima di tutto agli strumenti che ora in quest’epoca si possono utilizzare, grazie alle nuove tecnologie e anche alle nostre esigenze.
    Non è semplice rendere moderno un qualcosa di antico e lontano da ciò che oggi magari siamo abituati a sentire ma è la ricerca della novità e del “nuovo” che ci ha fatto raggiungere sempre grandi obiettivi.
    Ho ascoltato moltissime canzoni antiche arrangiate in chiave moderna e devo dire che spesso mi ci ritrovo molto di più perché mi permettono di lasciarmi trasportare in un mondo che è lontano ma allo stesso tempo vicino a me.
    Mi collego alla citazione di Pascoli “c’è qualcosa di nuovo oggi nel sole, anzi d’antico” , perchè ogni volta che sento una rivisitazione moderna di un qualcosa di antico, percepisco una certa magia e un certo trasposto che effettivamente mi fanno pensare che ci sia un qualcosa di nuovo, di mai sentito ma allo stesso tempo che c’è qualcosa di molto di più oltre a questo.
    Per questo motivo mi piace il fatto che c’è chi si cimenta nelle canzoni antiche portando nuove prospettive, perchè come ho detto nell’altro commento,
    la novità porta a punti di vista differenti, o credo che altrimenti tutto sarebbe un po’ troppo noioso e monotono.
    In questo mondo ci sono talmente tante cose monotone e sempre uguali per cui spesso decidiamo di non prenderci cura che ringrazio chi invece decide di metterci del suo per cambiare, per far capire che c’è molto più delle cose per cui siamo già stati abituati, dovremmo imparare ad andare oltre e “modernizzare” in ambito operistico e musicale credo sia una delle chiavi migliori.
    Se noi continuiamo ad accontentarci sempre e solo di ciò che già sappiamo, di ciò che abbiamo già sentito solo per paura che qualcosa di nuovo possa entrare nella nostra zona di comfort e rovinarla, che cosa ci resta?
    Secondo me non dobbiamo imporci, dobbiamo imparare a non avere troppi limiti, che partono da noi perchè poi rischiamo di perderci le cose migliori.

  70. Giuseppe Bergamini

    Sia in Italia che all’estero, nelle ultime settimane si è discusso molto del tema della forte differenziazione tra classico e moderno soprattutto social. Con la prima del Teatro alla Scala, quest’anno il “Macbeth” di Verdi, con la regia di David Livermore è stato rappresentato in costumi molto moderni, abiti di Gianluca Falaski. Questa modalità di rappresentazione ha suscitato molto scalpore. nell’ ultima citazione di Bortolai, esprime il suo dissenso nell’ modernizzare le opere e che se si vuole rappresentare in maniera così moderna si dovrebbe riscrivere l’intera opera. Personalmente non trovo così sbagliata l’idea di modernizzare un opera a patto che mantenga le sue caratteristiche originali e che non venga travolta la storia. Può essere interessante vedere come una storia medievale possa essere catapultata nella nostra epoca moderna e possa comunque rimanere credibile o addirittura esaltarne aspetti diversi dalla rappresentazione originale.
    ultimamente nella musica si pensa che il progresso tolga valore alla musica, ma anche a tutta l’arte in generale. A mio parere l’arte serve a provocare piacere a chi la produce e a chi l’ascolta. I gusti sono gusti e ognuno può provare piacere a modo suo, quindi non sono d’accordo con l’idea che solo la musica fatta bene e in particolare quella antica sia da valorizzare, ma anche quella presa meno in considerazione, definita “commerciale”

  71. Giuseppe Ditomaso

    Per me l’opera è un modo per riunire un po tutte le tipologie d’arte. Oltre alla musica fa particolare rilievo la rappresentazione di balletti, non ché di costumi che vanno a definire nel migliore dei modi il contesto sia storico che culturale. Per questo, non appoggio molto l’opera della Scala di Milano di Macbeth, perché un opera è scritta e predisposta in un modo e va rappresentata e sceneggiata proprio com’è stato precedentemente illustrato. Bisogna tenere una logica ma soprattuto un rispetto tale da rendere l’opera degna. Ovviamente tutto sotto la mia opinione.

    • io non sono pienamente d’accordo con Giuseppe, perchè “modernizzare” un’opera può essere un incentivo per portare più aspettatori, anche meno competenti o appassionati all’ambito operistico classico, con lo scopo di mantenere vivo l’ascolto dell’opera nei teatri.

      Secondo la tua opinione ci potrebbe essere il rischio che l’affluenza a teatro sia solo per un ristretto numero di persone affezionate all’opera classica

  72. Giuseppe Ditomaso

    Nonostante la musica, per me, abbia raggiunto il proprio picco nel Barocco, ammetto che alcuni artisti contemporanei sono degni di nota. A volte sento dire da esperti che la musica per loro è morta dopo beethoven. Per me, invece, non è così. La musica vive e non morirà mai. Dentro ognuno di noi c’è una piccola fiamma che può accendersi o spegnersi sentendo una melodia. Emozioni che spruzzano ed esplodono proprio come dare un morso al pomodoro. Ma sono emozioni che perfortuna si riescono a sentire anche al giorno d’oggi e non solo ascoltando la musica “antica”. La musica è viva è solo il modo/il mezzo in cui cerchiamo di giungere al picco che è cambiato. È tutto più semplice, non ci sono più le grandi costruzioni di una volta, ma bisogna anche ricordarsi che la semplicità non è sinonimo di banalità, benché anche questa è frutto di un esplosione di emozioni.

  73. Lorenzo Crotti

    Non capirò mai come certe persone osannino scelte di regia al limite del volgare quando si tratti di “modernizzare” un’ opera e poi si scandalizzino vedendo le cartoline col membro del David di Michelangelo… dopo tutto non è una modernizzazione anche quella? Stiamo adattando un’opera aulica del passato alla ultrasessualizzata società d’oggidì, perché no? “S’ei piace ei lice” diceva Tasso, tanto cosa vuoi che ne capisca l’americano boomer in vacanza in italia? È già tanto che sappia chi è Golia!
    Penso che atteggiamenti del genere, atti a rendere più “appetibile” (apparentemente) ai più la Cultura, stiano rovinando la Cultura stessa. Onestamente non penso neanche che la cultura sia per tutti…
    Tanti mi daranno del pazzo, altri del reazionario, altri del deficiente, ma avendo maturato quella che penso essere una modesta conoscenza circa l’essere umano mi sento d’affermare, per esperienza, che la Cultura non è un qualcosa per le masse, per lo meno oggi come oggi. Questa mania di rendere tutto così poco serio e sopra le righe non fa altro che degradare l’Arte a un prodotto di consumo, come facevano gli impresari a Venezia, non per amore delle masse o della cultura, ma per amore della cassetta e del vil danaro, come si può immaginare facciano i loro soci contemporanei…
    Ma come biasimarli? Un teatro è una baracca che solo a mandarla avanti ci vorranno pacchi di soldi! Il problema però sta nel principio: Vogliamo spendere questi soldi per volgarizzare la Cultura al livello delle masse o innalziare le masse (ammesso che sia possibile) alla Cultura? Sono profondamente convinto che per fruire la cultura sia necessario un desiderio di non essere massa, proprio perché la massa è per sua natura feroce e disordinata, un insieme di individualità che rinunciano alla loro individualità per sacrificarsi in nome di un disordine travestito da chissà quale ideale, la massa grida, sbraita: “A Morte” a Scorate, “Crocifiggilo” a Cristo e la lista potrebbe continuare…
    La massa di ricchi e influencer che frequenta la prima della Scala dobbiamo metterci in testa che gli strumenti per capire un’opera come Macbeth, il più delle volte non li ha, anzi fa proprio come nel ‘700, va a teatro per farsi vedere, sfoggiare l’ultimo abito immodesto dello stilista tal dei tali sotto i riflettori e le telecamere, e fare una bella storia su instagram, QUESTO LO TROVO UN INSULTO ALLA CULTURA!
    a teatro tu vai a vedere uno spettacolo, non ad esserlo! E se il nostro spirito non si libera di tutte le immondezze che lo appesantiscono fino a confinarlo nella massa, NON PUÒ TRARRE GIOVAMENTO NEANCHE DA UN’ARIETTA DI CALDARA O DA UN QUADRETTO DI GENERE, FIGURIAMOCI DA MACBETH!
    Ma allora che facciamo? Allestiamo opere sconosciute al grido di “Viva la filologia!” coi teatri vuoti? Certamente no, ma penso che il mettere disordine nella parte visiva di un opera (che è quella che, volenti o nolenti ci colpisce, perché è quello che vediamo) Non possa fare altro che fomentare un disordine altrettanto grande nella testa figlio di papà medio che di musica o teatro ne sa quanto ne so io di fisica. Questo atteggiamento INTIMIDISCE E SECCA, soprattuto il neofita. Scusate lo sfogo, ma sono convinto che la musica sia ben più di un prodotto con cui fare soldi, voglio crederci ancora.

  74. D) Ai tempi di Shakespeare non c’erano scene ma semplici indicazioni.. lo spettatore ci metteva la sua fantasia… Adesso i registi si preoccupano solo della loro fantasia spesso troppo invasiva e non stimolante e condizionante per chi guarda

    Rispondo a questo commento con una riflessione. Secondo il mio parere la scenografia Shakespeariana ti faceva usare la tua fantasia in modo giusto, ma ai più inesperti poteva così sfuggire il contesto e condizionare la visione dell’opera stessa. Ma seguendo questo ragionamento, perché i registi non possono usare la loro fantasia per collegarla ad un contesto pensato da loro per l’opera da rappresentare e condividerlo con lo spettatore facendo vedere allo spettatore stesso come lui in veste da regista immagina l’opera?
    Per me la questione non giudicare la scenografia se è troppo moderna o fuori dal contesto originale della rappresentazione operistica, ma il domandarsi il perché il regista ha voluto rappresentarla in questo modo?
    Ricordo che Monteverdi nel 1607 scrisse la sua prima opera, l’Orfeo, immaginandola anche in più contesti e fornendo a chi la rappresentava la possibilità di scegliere tra due tipi diversi di scrittura. Inoltre apposta per lasciare libertà a chi doveva organizzare la rappresentazione utilizzò molto la concezione della partitura aperta, facendo sì che il regista potesse adattare al suo tipo di esigenze scenografiche e di spazializzazione. Poi molto spesso gli operisti lasciano molta libertà nel campo della scenografia. La musica strumentale spesso viene messa da parte, come succede con gli impresari veneziani, in cui l’orchestra è ridotta a sostegno armonico. Quindi la scenografia ed i cantanti dovevano tenere attivo e attento il pubblico. Perciò gli effetti scenografici vennero sempre più studiati.
    Poi anche il tema è da considerare. Se il tema del libretto può essere rivisitato in chiave moderna, non c’è nulla di male nel provare a rappresentarla in modo più moderno rispetto all’epoca in cui è stata scritta.

  75. Opera antica o moderna?
    “L’opera è un dialogo con la modernità”, celebre citazione di Peter de Calue da cui vorrei partire.
    La semplice valutazione di modernizzare un’opera tradizionale è spesso frammentata in maniera pregiudiziale: chi desidera una gestione modernizzata si dichiarerà fremente ad una gestione perlopiù tradizionale e chi propende per quest’ultima, tenderà a demolirne ciascun esperimento di riesame. Questi sono singoli approcci il cui esito potrebbe risultare dannoso.
    Peggiore situazione, però, entra in evidenza nel momento in cui alla partitura, intesa come inseparabile unione tra testo e musica, viene sovrapposta un’interpretazione che con l’alibi di modernizzarla, la fraintende.
    Un ottimo modello di trasposizione moderna dell’antico si è riconosciuto ne: “Il Flauto magico”, che ho avuto personalmente l’opportunità di ascoltare, nella quale ricolloca la fiaba mozartiana in paesaggi e luoghi completamente diversi da quelli concepiti dagli autori. Ma niente di ciò si contrappone alla musica le cui attitudini sono riverite, così come le varie opposizioni inconsce e dichiarate. Il risultato di una buona commedia d’opera, dove occhi e orecchie, mente e cuore devono essere coinvolti in pari grado, sta proprio nel sostenere il rinvenimento di questa dimensione ossia non forzarne il suono, ma aiutarlo ad avvalersi di significato in ogni occasione, sia in ambito moderno che antichizzante.
    Per quanto riguarda, invece, nella notevolissima rappresentazione “Macbeth” di Verdi, il direttore è andato ben al di là di quanto avesse dimostrato, reindirizzando l’opera lontana dal contesto tradizionale. Dunque ritengo che riprodurre opere antiche in chiave moderna sia uno dei passaggi fondamentali per cui i personaggi in scena, e non solo, riescano a muoversi in circostanze urbane al massimo dell’attuale in cui possano subentrare questioni in riferimento ad alcune opere e a comprenderne il veritiero significato.

  76. Nel commento precedente ho voluto riportare un singolo spunto la cui modernizzazione di un’opera, in certi casi, potrebbe risultare dannosa, presentando “Il Flauto magico”, ultima composizione teatrale di Mozart, della quale vorrei approfondire meglio.
    Analogo intervento attualizzante venne presentato qualche anno fa a Salisburgo e gestito da Jens-Daniel Herzog, nella cui vicenda Sarastro, nei panni di uno scienziato pazzo, interpretava il ruolo del responsabile di un ospedale psichiatrico.
    La figura del signorile e sapiente Sarastro divenne perciò considerata quella di un malfido squilibrato, alterata da tale attualizzazione. A seguito dell’iniziativa, la volontà di rendersi autorevoli agli occhi dell’ignorante pubblico delineò diversi contrasti, il cui motivo non è mai venuto a capo. Tale esagerazione interpretativa rappresenta uno dei pericoli più grandi.

    “Utilizzando questo “metodo” si rischia di allontanare chi c’è sempre stato e per quanto ci possano essere magari persone che alla vista di ciò si illudano che l’opera sia questa e che magari gli piaccia, avranno un evidente delusione alla vista di cosa è davvero l’opera”.
    Collegandomi a quanto detto da Mariateresa avrei da ridire. Sono totalmente in accordo sia sul fatto che “modernizzare” un’opera possa diventare un ottima opportunità di far coesistere passato e presente, che su quello in cui però, tale circostanza, possa sfociare nell’esagerazione e permetterne dunque una separazione. Totalmente d’accordo anche con Diana: “Il paragone tra antico e moderno sarà sempre un dibattito permanente nella società”. La commedia dell’opera è da sempre stata ritenuta la più minuziosa delle messe in scena, il cui intreccio, la cui composizione e parola si congiungono nel telaio distinguibile di un panorama scenico che neppure la commedia potesse mai ridimensionare e omettere, la quale però finisce anche per diventare l’elemento interpretativo inconcepibile di intrecci non particolarmente semplici, talvolta disonesto e corrotto in discussione con il diretto interessato. Ritengo sia quindi doveroso saper maneggiare questa tecnica con prevedibilità.

  77. I tempi cambiano, le mode cambiano. Cambiano gli strumenti dell’uomo, le parole sul dizionario e cambia anche l’arte.

    “Quando ci si ferma si cessa di essere moderni. È come un fiume che non è più tale se cessa di scorrere, o il vento che non è più vento se cessa di soffiare. Modernizzare o modernizzarsi, significa cambiare continuamente cioè non accettare le cose così come sono e cambiarle.” – Zygmunt Bauman.

    È ormai molto utilizzata la tecnica di modernizzazione di opere teatrali: ciò avviene al giorno d’oggi, così come è avvenuto nel passato. Anche noi abbiamo il diritto di progredire e di essere dinamici, proprio come i nostri predecessori.
    Perché rimanere fissi sul passato, quando possiamo dare una “pennellata” di noi stessi e del nostro mondo attuale?
    Al giorno d’oggi, infatti, i giovani sono sempre più distanti da questa forma artistica, soprattutto per la mancanza di input che possano solleticare la loro curiosità.
    L’opera lirica in Italia sta attraversando ormai da molti anni una crisi dalla quale non sembra avere la forza di uscirne, tant’è che il pubblico in sala è divenuto nel tempo sempre meno numeroso e sempre più avanti con l’età.
    Il modernizzarsi non deve essere visto come un modo per distaccarsi dal passato, ma più come un modo per unire armoniosamente passato e presente. Certamente, non si potranno mai stravolgere le grandi opere del passato, ma sicuramente è sempre possibile giungere ad un compromesso e trovare il giusto equilibrio tra i due.
    I tempi cambiano, le mode cambiano. Cambiano gli strumenti dell’uomo, le parole sul dizionario e cambia anche l’arte: ciò che non cambia e che non cambierà mai è l’umanità, con le sue emozioni uniche, le quali l’opera susciterà sempre e comunque nel corso della storia.

  78. Applausi di ben oltre 12 minuti, hanno reso omaggio alla Prima del Macbeth di Giuseppe Verdi, la quale ha inaugurato la stagione del Teatro alla Scala di Milano.
    Ci è stato offerto uno spettacolo dal triplo registro: teatrale nella sostanza, cinematografico nella messa in scena, televisivo nell’abilità di accedere nelle nostre case per mezzo di un semplice schermo.
    Sono scaturite perplessità per via della regia molto moderna e innovativa di Davide Livermore, la quale, alla fine, ha ricevuto qualche ‘buuu’ dagli spettatori, assieme agli applausi. Il regista è andato ben oltre quanto aveva “sperimentato” qui con Attila e Tosca, portando l’opera in una dimensione lontana dalla tradizione. Un viaggio che era già iniziato tempo prima, ma che adesso sembra aver preso con decisione una via che rende l’opera incredibilmente contemporanea, nei contenuti e nella resa, tra proiezioni, effetti speciali, fotografia che fanno esplodere il teatro rendendo quasi uno studio di posa.
    Sicuramente, il tocco di Livermore nella progettazione è chiara in ogni singolo elemento visivo, anche nell’ormai immancabile tocco ‘too much’ che contraddistingue le sue regie.
    “Davvero pensate che io non sappia mettere i cavalli e le scene medioevali?”, ha domandato a commento dei fischi rivolti alla sua messa in scena molto innovativa, aggiungendo “Verdi non aveva paura dei buu e della censura e noi siamo andati fino in fondo. Siamo orgogliosi dello spettacolo”.

    Volevo concludere con una citazione di Napoleone Bonaparte riportata in uno dei commenti che ho letto qui sopra, e che sicuramente è rappresentativa per Livermore:
    “Perché le idee moderne non dovrebbero vincere? Anche chi le osteggia ne viene influenzato.”

  79. C’è una sostanziale differenza tra innovazione e modernizzazione; la prima rappresenta l’atto di innovare, di introdurre nuovi sistemi, nuovi ordinamenti mentre la seconda un adattamento, adeguamento agli usi, ai gusti, alla sensibilità dei tempi moderni.
    L’opera (specialmente una tragedia come quella del Macbeth) dovrebbe, come ogni forma artistica, lasciare un margine di interpretazione allo spettatore. Questo non avviene se l’idea originale del compositore viene sovrastata da un’idea terza con il puro scopo di scioccare invece che meravigliare. Ritengo che questo atteggiamento sia dovuto a una ricerca disperata di attenzioni e di pubblico che invece di apprezzare l’opera per il piacere dell’esperienza ci va per vedere quale nuovo sfregio all’arte si sono inventati questa volta. Io non sono contro l’innovazione in teatro anzi penso che l’uso di strumenti sempre nuovi non può far altro che migliorare l’esperienza ma penso allo stesso tempo che ogni cambiamento deve essere giustificato da una profonda conoscenza delle intenzioni dell’autore in modo da preservare il senso generale dell’opera.
    D’altronde, se contornassi la Mona Lisa con un pennarello indelebile farebbe sicuramente scalpore ma avrebbe un significato nel contesto? La potremmo chiamare ancora arte?

  80. Il rapporto con la storia è alla base della modernità. La storia è un materiale del presente, senza essa la contemporaneità non è più intelleggibile. In questo rapporto tra antico e moderno, tra passato e attualità dobbiamo trovare il filo rosso che ci guida per interpretare il presente.
    “C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole, anzi d’antico”.
    Questa frase sta a spiegare che in tutto ciò che c’è di nuovo c’è un richiamo alle forme antiche, alle forme del passato.
    Da questa frase mi interpello su quale potrebbe essere lo scopo della visione di un’opera oggi. IForse potrebbe essere il bel canto, la bella musica, il gesto artistico, senz’altro, ma anche proiettare il significato, il messaggio oroginario che ha valenza anche nell’oggi.Molte volte è giusto interpretare l’antico e, tramite questo studio riportarlo ai giorni nostri, anche per arrivare a un pubblico più ampio e riuscire a mandare un messaggio più diretto. Rinnovare un messaggio “antico” in una nuova forma può far apprezzare a sempre più persone una forma di musica che forse, in questo momento, non è abbastanza apprezzata. Questo dialogo tra antico e nuovo mi sembra stimolante, trovo particolarmente interessante ogni tentativo di attualizzare il messaggio contenuto in un’opera che non è solo canto e musica ma comunicazione di significato. Ovviamente la regia deve essere essenziale e non travisare né nascondere il messaggio originario, la scenografia deve saper veicolare ed esaltare il contenuto e non diventare lo scopo della rappresentazione. Non bisogna modernizzare troppo l’opera, esagerando con elementi moderni altrimenti ciò che si voleva esprimere all’inizio viene perso completamente.

  81. La signora Alfieretti di Borgietto fu molto felice della prima della Scala! Riuscì pure a mostrare il suo vestito verde smeraldo con ricamo in rilievo, scollo a cuore, maniche corte a sbuffo e fiori ricamati a mano. Pensare che aveva persino la sottogonna in crêpe de chine di seta stretch e la chiusura posteriore con zip e gancio! Ma cosa più importante made in Italy cucito a mano da bambini cinesi sottopagati! Ha ricevuto non pochi complimenti per il suo look impeccabile. Onestamente non capì molto della storia del Macbook ma fece tanti selfie da mettere su Instagram con l’hashtag #scalascalatantononciarrivi #daoggiascensore. Tornata a casa i suoi followers sono aumentati di un bel po’. Grazie ascensore!

  82. Concordo con quanto già detto in alcuni commenti precedenti sul fatto che non si può stravolgere completamente un opera solamente per una questione estetica. Penso però che per alcune opere più conosciute ci sia un’ampia possibilità di fare interventi del genere. Personalmente sono d’accordo con entrambe le tesi. L’opera per non risultare monotona e per garantire a più persone di conoscerla ha bisogno di avvicinarsi ai nostri giorni o ai nostri modi di pensare. Un’ opera per essere tale deve avere come fine primo quello di trasmettere dei valori e degli insegnamenti che si riflettevano in modo più accurato nei costumi della società dell’epoca, e quindi credo sia d’obbligo per raggiungere e destare interesse che essa utilizzi nuovi costumi e nuove scelte scenografiche; senza però esagerare, perché potrebbe portare a una grande differenza tra il periodo della scrittura musicale e quello della rappresentazione, che porterebbe l’ascoltatore a non rivedere più nell’opera ciò che realmente volevano esternare il compositore e il librettista.
    Noi dobbiamo ricordare che la musica è un sentire universale che appartiene a noi tutti pero sappiamo che parte dal pensiero e da un idea di un singolo e questo deve essere molto chiaro anche nel momento in cui andiamo ad eseguire un determinato brano; dobbiamo quindi prestare attenzione a mantenere intatta l’idea che il compositore voleva esternare, senza però darne un interpretazione monotona e uguale.
    Ma trovando degli spunti nuovi per rendere il suo messaggio sempre più attuale.
    Questo è il ragionamento che secondo me deve essere applicato all’opera anche per tornare ad appassionare e a riaccendere gli animi dei più giovani. Un messaggio più attuale può essere la chiave per una comprensione più aperta più coinvolgente e più entusiasmante.

  83. “torniamo all’antico e sarà un progresso” – Verdi.
    Questa citazione si può benissimo ricollegare a ciò di cui stiamo parlando. Mi trovo parzialmente d’accordo con le parole di Verdi. Per arrivare ad un progresso bisogna prendere come punto di partenza l’antico per poi poter fare dei cambiamenti e modernizzare l’opera.
    Infatti non mi trovo d’accordo con ciò che afferma Lorenzo Crotti perché io credo che rimanere fermi e saldi ad un particolare periodo storico e ad un preciso modo di pensare non permette lo sviluppo di nuove idee e un coinvolgimento nel momento in cui si va a riascoltare l’opera in modo che possiamo continuare a sentire tutto ciò che ha da offrire. L’opera così si rinnova in base anche alla nostra società e al nostro modo di pensare.

  84. Giorgia Chiappetta

    I soggetti indagati nell’Opera sono sempre i medesimi, perché nonostante l’evoluzione e l’adattamento dell’uomo, ciò che lo caratterizza e lo rende tale, rimane invariato nel tempo. Temi come la morte, l’amore, il desiderio,il mistero di ciò che è incerto ecc… sono la sostanza di ciascuno di noi, e l’obiettivo dell’opera è rappresentarli attraverso la musica e la sceneggiatura. Credo che l’orecchio di un ascoltatore contemporaneo, sia logorato ormai dai troppi e continui ascolti e dalla musica come rumore di fondo, perciò la musica per riuscire nel suo intento(trasmettere messaggi) deve poter essere supportata da una sceneggiatura comprensibile al pubblico a cui si riferisce ora( quello contemporaneo), così da aiutare il suono a prendere senso in ogni momento. L’opera deve poter rinnovarsi per adeguarsi alla nostra società, senza perdere di vista il suo obiettivo principale, il fine di dare una morale e delle virtù e per potere far maturare un senso critico nell’ascoltatore, esso deve essere messo in una situazione in cui si possa ritrovare, in un ambiente da lui conosciuto. Capisco che il lavoro da compiere sia rischioso, ma lo trovo necessario, perché i temi sono i medesimi, ma il modo con cui ci relazioniamo e il contesto in cui prendono vita cambia di giorno in giorno e non stare al passo con i tempi potrebbe far perdere il senso per cui quell’opera stessa è stata realizzata , perché non verrebbe capita.

  85. Daniele Masciandaro

    Personalmente rimango affascinato dalle parole di Verdi: “Torniamo all’antico e sarà un progresso”.
    Anche se apparentemente banale, riflettendoci il compositore parmense in così poco spazio riassume anni, secoli di riforme e progressi musicali. Nella storia, partendo dalla nascita delle prime opere, sono proposte varietà inesauribili di libretti con trame, personaggi, epoche e scenari differenti.
    A Roma l’inclinazione cattolica inevitabilmente condiziona la musica. Le tematiche dal carattere agiografico offrono contesti particolarmente diversi rispetto all’epoca in cui vengono scritti testo e partitura. A Venezia si prende addirittura l’abitudine di mescolare comicità (novità assoluta) e sana classicità (trame mitologiche…) in un genere che stimolerà poi una continua evoluzione nell’opera. Ciò è per dire che a volte è necessario azzardare, saper dosare e fondere vari elementi nel tentativo di generare qualcosa di mai sentito. E’ semplicemente il ciclo di ogni cosa, il ciclo dell’arte, della poesia, della musica…
    D’altro lato davvero nessuno si interesserebbe di qualcosa che, contrariamente a quanto detto in precedenza, è scontato, ripetitivo e reso prevedibile solo dal titolo.
    Giuseppe Verdi è un maestro nel mascherare elementi di assoluta attualità in vicende d’altra epoca. Il “Nabucco”, ad esempio, invita gli spettatori italiani a cogliere il paragone che l’autore fa tra la condizione politica del paese e la drammatica schiavitù esercitata dal re Nabucodonosor di Babilonia sul popolo ebraico.
    Tuttavia Verdi stesso sottolinea come la frase “Torniamo all’antico e sarà un progresso” sia più un semplice consiglio da applicare in modo cautelato e senza paura di modificare gli ideali della propria epoca piuttosto che un ordine da prendere alla lettera.

  86. In seguito alla prima del Macbeth di Giuseppe Verdi alla scala di Milano sono sorte molte discussioni sulla “modernizzazione” dell’opera.

    Possiamo quindi chiederci se può essere innovativo “modernizzare” un’opera attirando più pubblico o è solamente qualcosa di negativo?

    Sono d’accordo con chi dice che sia corretto, secondo me inserendo una scenografia più moderna aiuta ad attirare l’attenzione del pubblico di qualsiasi età soprattutto di noi giovani, anche perché vengono trattati temi quotidiani dei ragazzi di oggi: gelosia, amore, rabbia, vendetta, quindi temi non noti solo all’epoca di Verdi e degli altri compositori.

    Bisogna, però, stare attenti a non esagerare e a non perdere il significato e il tema centrale dell’opera che il compositore voleva che arrivasse, quindi non fare un totale cambiamento ma fare solo una rivisitazione.

  87. Giorgia Tombini

    “c’è qualcosa di nuovo oggi nel sole, anzi d’antico”
    – Giovanni Pascoli

    Volevo partire da questa citazione perché secondo me racchiude in poche parole e in modo molto chiaro un concetto: l’antico si è talmente perso che riproporlo sembra più una novità.
    Purtroppo troppo spesso le persone non si interessano al passato, alle meravigliose creazioni e innovazioni che hanno portato il mondo fino ad oggi, fino a come lo viviamo ora.

    L’antico non è visto molto bene, soprattutto dai giovani che sono cresciuti in una realtà totalmente diversa rispetto a qualche anno fa anche a causa del velocissimo progresso delle tecnologie avvenuto in pochissimi anni. Così l’antico non viene quasi più considerato, purtroppo. Per questo credo che riproporre elementi antichi sia quasi una modernità, perché il mondo è cambiato radicalmente e velocemente, quindi le nuove generazioni sono nate e cresciute in una realtà che non contempla l’antico o la classicità e ha pochi rimasugli frammentati del mondo che c’era prima.
    Talvolta però il “vecchio” è noioso e viene respinto, quindi credo che aggiungere elementi moderni, per avvicinare ai ragazzi le vicende del passato, non sia una cosa sbagliata.

  88. Credo che le opere con un allestimento “all’antica” servano solamente a compiacere chi necessita di sfoggiare una presunta ricchezza culturale, con la convinzione di essersela guadagnata sopravvivendo a qualche noiosissima ora di spettacolo. Per capirci, quelle persone che vanno all’opera solamente per dire di esserci state.
    Le opere rivisitate in chiave moderna, invece, sono il migliore esempio di opera intesa come tale, perché i compositori in questione (es. Verdi) dopo aver scritto le loro composizioni le misero in scena con quello che avevano, e oggi è opportuno fare lo stesso. Non trovo nessuno stravolgimento se parliamo delle caratteristiche artistiche delle opere, perché le musiche e i testi rimangono invariati. Semplicemente vengono inserite in una cornice più consona all’epoca in cui stiamo vivendo. Nei commenti ho letto di qualcuno che rimaneva disorientato, confuso o addirittura che trovava l’opera “spiacevole per le orecchie”. Non capisco come sia possibile dal momento che nella musica e nella trama non c’è nessuna differenza rispetto all’originale.

    • L’intercambiabilità temporale di queste composizioni è la prova schiacciante che quello che stiamo ascoltando racchiude invece una cultura non indifferente, capace di rimanere attuale per secoli, ovviamente senza mai cadere nella banalità.

      É come sottolineare la genialità del compositore, che è stato in qualche modo capace di creare un prodotto che sarebbe stato in grado di andare ben oltre l’epoca in cui è stato realizzato. Questo pone l’autore su un livello nettamente superiore rispetto all’ascoltatore, che rimane legato alla versione originale dell’opera, mentre il compositore è già proiettato nel futuro ancora prima di scriverla.

  89. Ho letto con attenzione, voglio commentare SOLO il buono che è emerso, che non è affatto poco. Evidenti da un lato le diverse posizioni accorate, anche estreme, ma piene di passione, dall’altro quelle più razionali e analitiche. Certamente la questione è complessa e non può sfuggire al proprio contesto, che finirà per contaminare inevitabilmente anche la musica. Si tratta di capire, quanto il vuoto culturale attuale, continuerà ad essere fortemente condizionato dal costume, dai social e dall’audience. Infatti “l’antico fa bene al giovine, perchè gli ricorda che tutto ha avuto inizio prima di lui”- cit.latina

  90. Cristiano Acerbis

    Prendendo in esame la seguente opera vorrei affrontare il tema del contesto moderno che viene inserito in un contesto tradizionale.
    Per affrontare quest’argomento partirei con il dire che non sempre l’intrusione del moderno si sposa bene con un concetto definibile come antico o passato, ma talvolta ci sono dei casi dove un cambio di ambientazione o un cambio di contesto vanno a “rinfrescare” quella che è una struttura solida e tradizionale ma che per molti può risultare pesante, avvicinando così più generazioni.
    Trovo che sia ingiusto definire l’intervento di modernizzazione “inutile, brutto, pesante, indecente” o talvolta anche “irrispettoso”; a mio parere credo che si possa portare rispetto verso un compositore e la sua opera, anche modificando leggermente il carattere di essa.
    Non sempre può piacere, e di sicuro non a tutti, ma credo che sia molto più irrispettoso andare a commentare in malo modo un pensiero altrui che non troviamo intelligente solo perché non coincide con il nostro.
    Il modo di pensare, il gusto e il piacere dell’ascolto sono paramenti, a mio avviso, soggettivi e a tutti va portato il giusto rispetto.
    Ovviamente questo deve essere guadagnato e mantenuto, quindi alla propria opinione è giusto legarci la motivazione.
    Io sono a favore di un crossover fra moderno e tradizionale, rispettando quelle che sono le tradizioni dell’antico, le caratteristiche del moderno e trovando un punto d’incontro fra i due “mondi”.
    Ripeto, la soggettività è la madre di questo discorso e non esisterà mai un momento dove saremo tutti d’accordo, in particolar modo con argomenti così delicati.

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