A proposito di vocalità

Mi vengono alla mente alcune costanti scolastiche

“Tutti capaci di cantare qualche canzoncina scema, o fare quattro salti!”

neanche poi tanto velata la profonda stima che certi docenti nutrono verso i colleghi di educazione musicale e fisica….. e ancora, –

“Tutti esperti quando si tratta di musica o di religione”:

questa è davvero impossibile da commentare!; o come, la mia preferita –

“Buon divertimento”:

pronunciata con evidente senso di superiorità, all’uscita dalla classe durante il cambio dell’ora…

D’accordo, la voce appartiene a chiunque ed è uno strumento direttamente legato alla nostra fisiologia, ma un’educazione della voce e della vocalità, è sinonimo di rispetto dell’organo fonatorio, a salvaguardia dell’intero apparato oro-faringeo, visti i seri rischi d’usura, derivanti da un suo uso improprio…..dunque, ad ognuno il suo, nella reciproca e piena consapevolezza che è lecito dubitare dell’esistenza del “tuttologo”, che dei “tuttologi” (o “tuttologhi”), non se ne può più e che dietro il “so tutto io”, spesso si nasconda quella figura di cui si farebbe volentieri a meno….

Alcune semplici osservazioni:

  1.  La scioltezza,
    per gli specialisti del settore è basilare ed irrinunciabile e infatti, pare che tutti partano da questa fase ritenuta fondamentale per una buona preparazione al canto, al suono, al parlato stesso…. Si canta attraverso la voce, ma solo attraverso la voce?
    Un pianista, usa solo le dita per controllare la tastiera, o anche il resto del corpo concorre alla buona riuscita del risultato?
    Tutto il nostro organismo viene coinvolto per una buona riuscita: il nostro corpo deve proiettarsi positivamente ed essere predisposto a sostenere la voce, per un buon controllo, un’emissione rilassata e spontanea, senza forzature.
    Ecco perché in tutti i corsi di vocalità che si rispettino, si fanno sempre esercizi di rilassamento che partendo dalle spalle, al collo, alle caviglie (importantissime per favorire la totalità della risposta corporea), piuttosto che dalla schiena, dai fianchi, dalle gambe, arrivando ai muscoli facciali, curando la zona attorno al naso, alla bocca, agli zigomi e alla fronte.
    Uno “strumento-corpo” ben rilassato, presuppone una predisposizione ben disposta alla sollecitazione e alla realizzazione.
    Dei buffetti decisi su pancia-braccia-gambe, favoriranno la circolazione e completeranno la prontezza dell’intero corpo, al fenomeno vocale.
  2. La respirazione,
    è alla base di tutto il processo, è la nostra benzina senza la quale, non avremmo alcuna possibiltà di realizzazione: senza il combustibile, non avremmo pressione, capacità di spinta, nulla!
    Il diaframma è direttamente coinvolto – certamente, ma non dimentichiamo che è un organo parzialmente legato alla nostra volontarietà, pur essendo sempre al centro dell’intero processo respiratorio.
    Agendo al contrario – polmoni pieni d’aria, diaframma contratto e viceversa – agisce come un ombrello rovesciato sulla nostra capacità di emissione, regolando tre differenti fasi di inspirazione, apnea ed espirazione.
    Alcuni sbuffi muti, oppure sopra sopra alcune lettere (s, f, sc…), a varie velocità e con presenza di spirito (cagnolino), favoriranno il controllo fra le fasce addominali e l’emissione dell’aria.
  3. L’attacco,
    di qualsiasi pretestuosa musichetta, che sia una canzoncina, un canone, una melodia popolare o infantile, è utile per iniziare ad indagare il suono, la postura delle vocali, l’emissione corretta, con la giusta pazienza ed una certa dose di diletto.
    I cantanti professionisti, per cogliere il punto esatto di appoggio – specie nei suoni scomodi, come per gli acuti – scelgono piccoli e semplici vocalizzi da intonare a bocca aperta ma intonandoli muti (si ottengono alzando la parte più interna della lingua mentre cantiamo) e poi soffermandosi sull’ultimo suono da allungare e aprendo gradualmente il suono da muto a sonoro.
    Chiaramente, cercare una certa gradualità, favorendo il senso critico nella ricerca del risultato.
  4. La produzione,
    è senz’altro la conseguenza di una preparazione accurata dei precedenti punti, avendo grande cura di lavorare sull’intonazione e sulla timbrica/amalgama.
    Un buon modo di lavorare in prova, porta a delle sane abitudini che diventano la norma durante le esecuzioni concertistiche.
    Mi sento di suggerire l’importanza di lavorare armonicamente piuttosto che melodicamente (dunque specialmente a più voci), abbattendo i tempi di montaggio e coinvolgendo attivamente ampie parti del coro (se non tutto), catalizzando un’attenzione positiva e un buon clima, privo di pause che finirebbero per stoppare faticosamente il lavoro.
    Altra buona abitudine – che presuppone una grande duttilità ed una certa preparazione e capacità, da parte del direttore – quella di fare la prova di canto – se non sempre, almeno in netta prevalenza – “a secco”, apprendendo tutte le singole parti, direttamente dalla viva voce del maestro, senza ausilio alcuno di strumenti, o basi musicali, che finirebbero per adagiare, creare dipendenze ed un falso ascolto.
    A tal fine, introdurre già dal primo montaggio, semplici pedali, ostinanti, corde di recita, per auto regolare l’intonazione, provocare un’ascolto spietato ed educare al senso del far coro, creando i presupposti di un assieme di voci, non una somma di individui, un insieme di solisti.
    È appena il caso di raccomandare, un’appropriata intonazione delle linee melodiche, con i giusti riferimenti sin dal primo ascolto, continui trasporti per favorire la massima comodità di assimilazione ed un testo saldamente costruito attorno al profilo della melodia, con le scelte di dittonghi e vocalizzi chiari ed inequivocabili.
  5. L’amplificazione,
    dovrebbe garantire una risposta adeguata al gruppo coro, con la consapevolezza dei principali risuonatori (cavità oro-faringea, palatino, fosse nasali e dentarie), loro sfruttamento per la resa sonora.
    Suggerisco semplici esercizi di pressione in uscita dal suono (ovvero, spingendo e crescendo alla fine di una durata), per abituare i coristi alla presenza costante del sostegno dal basso (fasce addominali), così da dosare al meglio la colonna d’aria.
    Alzare gli zigomi, aprire ben bene la bocca (verticalità) e mantenere un atteggiamento propositivo, rilassato e sorridente, aiuterà senz’altro a trovare una comoda postura, per arrivare a realizzare un buon suono, sufficientemente potente ed espressivo.

Trasformare questi gesti in un’abitudine

Si tenga conto del fatto che ogni buona abitudine, va allenata nel tempo prima di diventare spontanea ed arrivare a grandi risultati: dunque si rifletta sulla stragrande maggioranza della coralità amatoriale che spesso, con una singola prova settimanale – magari anche distratta – arriva a pretendere un risultato immediato ed ottimale: l’applicazione e l’esercizio, stanno alla base di qualsivoglia conquista e anche la coralità non fa eccezione.

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